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Le anime morte travolte da Woland. ‘Il Maestro e Margherita’, con Davide Riondino, al Verga di Catania

 

Un teatro sognato in un manicomio, nell’atmosfera coercitiva del bunker nero di un universo-prigione, che si apre con un crepitio di fiamma – le pagine di un romanzo che bruciano – e che si snoda in brevissimi quadri-scene (e il commento musicale accenna proprio a quelli “at an exibition” di Musorgskij) da piccole scatole-stanze, varchi dal e per mondi reali e onirici: “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, nella riscrittura di Letizia Russo e per la regia di Andrea Baracco, accende ed incanta il pubblico del Verga di Catania che l’accoglie nel cartellone dello Stabile etneo.

Nel riferimento metaletterario che rovescia l’assunto marlowiano – il Diavolo che s’incarica di mostrare la vigliaccheria dell’uomo piuttosto che lusingarlo – e in quello metapolitico (l’URSS del “socialismo di mercato” stalinista), in cui la Ragione (soprattutto del regime culturale) brucia la Fede e le attese di uno scrittore, i personaggi si interrogano vorticosamente sull’esistenza di Dio e del Male, sul governo dell’umano destino imbastendo una pirotecnica e grottesca dialettica tra la certezza del Male e l’utopia del Bene sotto il comune denominatore della scrittura e della sua necessità.

La magnifica complessità del romanzo si distende senza sosta e senza pause sulla scena lungo i medesimi assi narrativi bulgakoviani: la Russia delle “anime morte”, la tormentata storia del Maestro del suo romanzo rifiutato su Ponzio Pilato (in entrambi i ruoli Francesco Bonomo) e Jeshua lo Straniero (Oskar Winiarski) e sui cui s’innesta la magnifica apparizione a Mosca del Diavolo nelle vesti di Woland (e Davide Riondino dimostra di essere davvero all’altezza del principe degli Inferi) sontuosamente e sinistramente dark – un po’ Joker, un po’ Prince – e al cui spessore interpretativo si muove il suo paradossale seguito, tre demoni tra il mattacchione e il terrorizzante: il gatto Behemoth (Giordano Agrusta), il misuratissimo valletto Korov’ev (Alessandro Pezzali) e la strega Hella (Carolina Balucani).

La sua potenza figurativa e scenografica e il suo vertiginoso, fulminante incrociarsi di storie e della Storia rende “Il Maestro e Margherita” un perfetto “romanzo teatrale” (proprio per citare Bulgakov) nel quale, grazie alla visionaria ed incalzante regia di Baracco, l’immaginazione della parola si fa teatro vero, invenzione in grado di condensare la meraviglia della scrittura bulgakoviana – il volo di Margherita (la diafana Federica Rosellini) su Mosca, per esempio, è un oscillare d’altalena in braccio quasi al pubblico – in veri e propri tableaux vivants – la decapitazione di Aleksandrovic Berlioz (Francesco Bolo Rossini), l’interrogatorio e il supplizio di Joshua dominato dal centurione Ammazzatopi in mise quasi sadomaso (Michele Nani) – culminanti nel Ballo del Plenilunio di Primavera, sarabanda di un Male che replica l’Inferno in terra o la sua ineluttabilità ma che si piega poi, proprio grazie a Margherita, alla forza dell’Amore.

La trascinante, rollinstoniana “Sympathy for the Devil” che lo chiude, ci è parsa la sola ridondanza (un peccatuccio assai veniale) di uno spettacolo eccezionale, dentro il quale l’ironia sottilissima e signorile di un Davide Riondino indiscusso mattatore – diventando nella magia della finzione quella di Woland stesso – ha ricamato una applauditissima chiosa sull’ennesimo, umiliante e incivile trillo dalla platea: ovvero la necessità di un Inferno “senza cellulari”. Che qui a Catania, continuerà…

Ovazioni.

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