La pièce di M. Frayn taglia il traguardo del 18° anno di repliche. Meritetissime

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Al suo diciottesimo anno di repliche  e con un pubblico giovanile palesemente in crescita, il kammerpiel di Frayn (altrimenti noto quale autore brillante e  ideatore di un impareggiabile meccanismo ad orologeria quale “Rumori fuori scena”) rappresenta un ‘caso’   irripetibile della scena italiana centrata sulla dialettica etica\scienza: fra  studiare senza censure e urgenza di “scegliere” una  provvisoria certezza. Ad esempio: siamo proprio sicuri che sia da considerare solo Von Braun il padre putativo della bomba atomica , e di tutte le precedenti ricerche balistico-spaziali degli svastici? E poi… “Perchè Heisenberg si reco‘ a Copenhagen“?

La vicenda, per chi non lo ricorda,  è ambientata nel 1941 (nella capitale danese,  appena occupata dai nazisti)  imbastendo una ipotesi di  l’incontro di due scienziati, entrambi Premi Nobel, un tempo maestro l’uno  e allievo l’altro. Due ex compagni di ricerche costretti dalla guerra a diffidare reciprocamente  come forzati nemici. “L’ebreo danese Niels Bohr e il tedesco Werner Heisenberg (che formulò per primo il  “Principio di Indeterminazione”) si ritrovano imprigionati in un labirinto di domande che stentano a trovare risposta, sommerse come sono da ambiguità e dubbi estenuanti sul rapporto fra potere, scienza e morale” si torna a ricordare nelle note di sala.

Motivo del contendere: quali “devono essere” i rapporti fra potere politico e libertà della scienza teorizzata e poi applicata? “Può il progresso venire condizionato da scelte morali?” Cruciali interrogativi  che hanno segnato, da Archimede in poi, i rapporti tra filosofia, epistemologia e ‘anarchia’ di una ricerca odisseica capace di fare e disfare (oltrepassando le soglie del cinismo e del nichilismo) l’intima fragilità della condizione umana.    

Conveniamone: diversamente dal cinema, ove i rapporti fra scienza, epoche di riferimento, prevalenza dell’ “ignorare”    sono nutrientemente elaborati (da “Metropolis in poi sino a “Beautiful mind”e  “Imitation game”-con  due piccoli gioielli italiani, entrambi di Gianni Amelio “Piccolo Archimede” e “I ragazzi di via Panisperna) l’analogia di tematiche, indagini, provocazioni intellettive scarseggia a teatro, con le acclarate eccezioni de “I fisici” di Durrenmatt e “Vita di Galileo” di Brecht. Oltre ad alcuni tentativi (non significanti) di restituire in forma dialogante-evocativa i preziosi appunti di Leonardo Sciascia e del suo “Caso Majorana”.

Senza tuttavia la necessità di domandarsi il “perché”. Forse e più semplicemente, “perché” fra quinte, platea e rito del ‘rappresentare o autorappresentarsi’ la  “vita è sogno” e lì spera (invano) di trovare requie dando quiete alle lacerazioni della coscienza – quand’essa è stata dotata di senso critico, come aria incontaminata per l’intero organismo.

Mi capita di leggere giorni or sono «Un filosofo idealista è come un uomo che sa in anticipo da dove parta il treno su cui sale e dove il treno vada; il materialista (lo scienziato n.d.r.), al contrario, è un uomo che prende un treno in corsa (il mondo, la storia, la sua vita), ma senza sapere da dove viene, né dove va»  – parola di  Luois Althusser. E mai come nel caso di “Copenaghen” l’osservazione mi appare sofisticata, calzante, difficilmente eludibile.

Poiché la scienza (non senza supponenza e velleità) tenta di derimere  aporie, teorie, opinioni che mirano a consolidarsi in assiomi, sì da rendere palesemente faticoso sostare a teatro per poi sentir dissertare (privi di  basi adeguate) di  fisica quantifica, fissione dell’atomo, principio di determinazione e\o indeterminazione spazio\tempo:  mancando solo (per ragioni cronologiche) che si dibatta sul Bosone di Dio nel contrasto fra irruenza e ponderatezza  di cui Popolizio ed Orsini sono formidabili emblemi di una “recherce”destinata, comunque la si metta, a farsi crisi di coscienza e d’ogni egolatria latente.  Come accada il “miracolo” del coinvolgimento di platea dinanzi a lavagne schizzate di astruse formule algebriche lascio che sia un mistero, probabilmente dissolto dalla grandezza degli interpreti e dalle (intrinseche) suggestioni didattico-politiche (di ordinaria e straordinaria attualità) del metodo Frayn.

“Allestito come un’aula universitaria con le gradinate a semicerchio e racchiusa da grandi lavagne nere occupate da formule e scritture matematiche” (tiene a sottolineare il regista Avogadro) il palco ospita solo tre  sedie nere. Affinchè i vivaci corpi recitanti  (con lode peculiare per l’inveterata Giuliana Lojodice)  si sforzino, riuscendoci ogni sera, di soffondere “dialoghi, parole, discordie” limpide e spietate nella loro irrisolta (misterica) adunata alla “ricerca dell’uomo” (come in Diogene) purchè affrancato da sovrastrutture, investiture, inconscia ‘smania’ di primeggiare tramite dispotismo e annientamento. Urbi et orbi.

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COPENAGHEN

di Michael Frayn
Traduzione di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
Regia di Mauro Avogadro, Scene di Giacomo Andrico, Costumi di Gabriele Mayer
Luci di Giancarlo Salvatori, Musiche di Andrea Liberovici
Con Giuliano Lojodice, Umberto Orsini, Massimo Popolizio
Produzione: CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG- ERT Emlia Romagna Teatro Fondazione

 Teatro Argentina di Roma dal 4  al  16 dicembre 2018

La tournée

TRIESTE – TEATRO STABILE –  18 e 19 dicembre PORTOGRUARO – TEATRO LUIGI RUSSOLO  – 20 dicembre FIRENZE – TEATRO DELLA PERGOLA – dal 9 al 13 gennaio  FORLI’ – TEATRO DIEGO FABBRI –  dal 17 al 20  gennaio SONDRIO – TEATRO SOCIALE   – 23 gennaio TRENTO – TEATRO SOCIALE – dal 24 al 27 gennaio 


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