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Afghanistan, tutti a casa. Ma proprio tutti

 

E’ una decisione attesa per anni ma che arriva nel momento e nel modo peggiore: il presidente Trump ha deciso che gli americani si ritireranno dalla Siria come dall’Afghanistan.

La Ritirata
Spingendo il suo ministro alla difesa – il generale Mattis – alla dimissioni, pochi giorni prima di Natale, Trump con il ritiro siriano chiude una campagna breve (pur lasciando un enorme vuote nel complesso equilibrio che faticosamente si era creato sul campo), nel caso dell’afghano siamo invece nella Storia.
In realtà si ritireranno 7000 delle 14.000 unità presenti nel Paese, non tutte quindi ma la metà. In termini operativi significa però – di fatto – togliere le truppe dal campo, lasciare presidi – pur numerosi – sostanzialmente nelle grandi basi come a Bagram, Jalalabad, Kandahar (e nella più piccola Farah) che saranno – c’è da scommetterlo, il punto di mediazione con i talebani nella trattativa in corso.

Sbagliata
Perché è tutto sbagliato se ormai a chiunque pare chiaro che il ritiro americano è un passaggio non solo necessario ma persino tardivo? Non tanto perché smentisce e ridicolizza tutte le critiche mosse ad Obama sulla strategia afghana, ribalta quella linea Trump “ora diamo ai militari l’occasione che ci avevano chiesto” e “una chiara definizione di vittoria”, conferma l’imprevedibilità di un presidente che lascia enormi varchi a favore della Russia in campo internazionale (in Siria ma anche in Afghanistan).
Il ritiro doveva avvenire solo a situazione stabilizzata cioè ad accordo di pace fatto e siglato, magari poteva essere uno scaglione di ritiro anticipato per fare come segno di buona volontà verso i talebani durante le trattative.
In una situazione in cui le trattative di pace sono sì avviate (mai come ora, in verità) ma nient’affatto concluse, lasciare il governo afghano da solo (con le forze di sicurezza che subiscono perdite ad un ritmo insostenibile) significa favorirne il crollo come un muro a cui togli un puntello e quindi agevolare paradossalmente i talebani. Significa inoltre scompaginare i piani dei Paesi alleati (Italia compresa che in Afghanistan 1000 degli 8000 soldati stranieri e non americani) e lasciare campo libero a Iran e Russia che continuano ad avere contatti con i talebani, i quali hanno ormai incontrato tutti i “player” tranne India e appunto il governo di Kabul.

Elezioni Rinviate
Poco dopo l’annuncio di Trump, la commissione elettorale afghana ha annunciato il rinvio delle presidenziali previste per aprile. Non che i problemi non ci siano (le parlamentari sono state un fallimento) ma questa mossa non sembra una coincidenza. E’ la risposta alla richiesta americana di rinviare l’appuntamento al voto per fare in modo che prima si chiuda un accordo di pace con i talebani in maniera tale da reintegrarli nel consesso “democratico”. Ma è anche vero che – nel solito coacervo di segnali contrastanti – è arrivata la nomina di Assadullah Khalid come ministro alla Difesa e Amrullah Saleh come ministro degli Interni. Due ex-capi dei servizi segreti, entrambi super-critici verso le trattative di pace con i talebani, la mossa di chi si prepara a resistere fino alla fine.

Il blog di Nico Piro

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