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Chesil beach

 

E’ doloroso tornare così indietro nel tempo, a quegli anni in cui repressione sessuale, inibizione, impaccio, sensi di colpa, rischio di fecondazioni indesiderate, rendevano quasi impraticabili i rapporti intimi tra ragazzi e ragazze, benché così confusamente inseguiti, bramati, vagheggiati, fantasticati fino alla tortura. La nostalgia è dunque del tutto fuori luogo per una condizione umana che creava sacche di infelicità e insormontabili complessi. Lo racconta Ian McEwan, con la sua abituale maestria, in un romanzo luminoso e angoscioso, sulle cui pagine chissà quanti lettori non proprio di primo pelo hanno potuto rivisitare, con nitida trepidazione, l’incontro tra due corpi che non riescono a compenetrarsi nonostante l’acuto desiderio. Inceppati da lacci invisibili che imbrigliavano l’istinto e impedivano alla natura di compiere liberamente il proprio corso.

Nel film Chesil Beach – Il segreto di una notte,  che lo stesso narratore ha tradotto in sceneggiatura, la direzione è stata affidata a Dominic Cooke, un regista teatrale poco idoneo all’impresa. L’adattamento della storia è fedele, persino pedissequo, ma non riesce se non in minima dose a restituire la complicazione fisica e psicologica di una prima notte di nozze così maldestra e infausta da mandare a rotoli il matrimonio stesso. “Sono stato sposato per sei ore”, dirà il protagonista Edward molti anni più tardi in una riunione tra amici.

Edward e Florence si incontrano in un comitato contro la proliferazione nucleare, nei primissimi anni Sessanta; lui è appena ottenuto la laurea con lode in Storia, e non sa con chi condividere la sua incontenibile esaltazione. La madre, ‘cerebrolesa’ in seguito a un incidente ferroviario, vive un’esistenza astratta, prigioniera di deliri creativi che la rendono estranea a ogni altra emozione; le due sorelline gemelle, molto più giovani, sembrano sorde a qualsiasi empatia. Solo quella ragazzina di cui incrocia e sostiene lo sguardo, il bagliore improvviso di un raggio, si mostra in grado di percepire la gioia che gli trabocca dal cuore: “A qualcuno dovevo dirlo!”, si giustifica lui riscuotendone il sorriso. Combinazione, anche lei si è appena laureata, a pieni voti, in musica, e ha già costituito una formazione di archi con cui si esibisce in concerti per appassionati. Il giovanotto proviene da un ceto leggermente inferiore a quello di lei, il cui padre è un imprenditore di componenti elettronici e la madre vanta aderenze con il mondo letterario più esclusivo. I suoi non vedono molto di buon occhio Edward,”un po’ cafoncello”, il quale viene invitato a un tè in famiglia per essere analizzato. I due ragazzi si amano, passeggiano a lungo sulla riva erbosa del fiume, qualche volta giungono a sfiorarsi le labbra, parlano a ruota libera, imparano a conoscersi. Florence è determinata, e sa imporsi sui pregiudizi della famiglia con la stessa fermezza con cui guida il proprio gruppo musicale destinato al successo. Il padre, incurante di conoscere le vere aspirazioni del futuro genero, porta Edward a visitare la fabbrica, gli mostra la stanzetta che, una volta assunto, diventerà il suo ufficio; lo attira anche in una partita di tennis, con l’unico fine di umiliarlo sulla terra rossa e ristabilire sul giovane avversario una propria isterica supremazia. Alla fine i due ragazzi si sposano e vanno a trascorrere la loro prima notte di nozze in un alberghetto pretenzioso affacciato sul mare nel Dorset, a Chesil Beach, sulla costa sud dell’Inghilterra. I freschi coniugi prendono possesso per tempo della loro stanza, avendo ancora molte ore di luce davanti. Finalmente soli e ancora vestiti di tutto punto, si stanno baciando con passione quando bussano alla porta i camerieri per servire la cena in camera. Un’iniziativa intempestiva e fuori posto. Mentre quelli allestiscono la tavola e servono le prime portate, lo sposo si informa timidamente: “Ma starete tutto il tempo con noi?” “No, soltanto fino al piatto forte, poi ci ritireremo”, lo rassicura l’inserviente più anziano. L’atmosfera è ormai raggelata, e tale resterà anche quando gli intrusi se ne andranno. E’ troppo presto per cenare, e la giornata invita all’aperto, sulla spiaggia di sassi che si estende a vista d’occhio. Lei propone: “Andiamo fuori! Portiamoci la bottiglia di vino e due bicchieri, godiamoci questo bel tempo!” Non capisce l’impazienza del marito, o meglio finge di non capirla, per ritardare il più possibile il momento dell’incontro intimo. Lui non riesce a frenare l’ardore da quando hanno messo piede in camera. E’ molto eccitato dalla bellezza di lei, da quell’intimità così a lungo attesa, e adduce garbate resistenze a lasciare la stanza, dicendo che il cibo di raffredderà, che la cena sarà immangiabile ed è un peccato sprecarla. Si profilano insidiosi i primi contrasti, una difficoltà di intesa. La ragazza, rendendosene conto, si sforza di adattarsi, accusandosi lealmente di egoismo, ma è preda di un’ansia montante. Simili a fastidiose interferenze, i due rivivono, ciascuno per proprio conto, gli ingorghi famigliari, le incomprensioni, gli aneliti di libertà, lo sforzo di conquistare un’agognata autonomia. Il loro vissuto riemerge disturbante, marcando le distanze tra due universi  da conciliare, da armonizzare, da fondere insieme, senza aver avuto né il tempo, né le opportunità indispensabili per un’operazione tanto delicata. E quando il desiderio crescente spinge il ragazzo ad affrettare i tempi della congiunzione, la mancanza di un rodaggio complica ogni azione, ogni gesto, ogni mossa. Sono entrambi alla prima esperienza, goffi e incerti su tutto. Lui vorrebbe toglierle le calze, lei preferisce sfilarsele da sola, restando  semi distesa sul letto con la schiena appoggiata alla testiera. Le calze di nylon erano allora merce preziosa, bisognava fare attenzione a non smagliarle. Quando per sventura si tirava un filo, prima che la smagliatura corresse lungo tutta la gamba, le ragazze si affrettavano ai ripari versandoci sopra una goccia o due di smalto per le unghie che, a volte, creavano un provvidenziale grumo nel tessuto. Oggi le calze vengono smagliate ad arte, e le lacerazioni sono esibite come un segno di distinzione; alla pari dei jeans strappati, in spregio alla ottusa buona creanza degli adulti. E’ la ribellione estetica di una generazione che ha avuto tutto, e di una società transitata senza una fase intermedia dal preconsumismo al post consumismo, dalla povertà alla sovrabbondanza e allo spreco.

Florence dunque si toglie le calze e resta supina sul letto, con l’abitino leggermente rialzato oltre le ginocchia. Lui le sale addosso cercando di toccarle le cosce nude, e smania nell’impresa impossibile di sfilarsi alla cieca le scarpe. Si alza, si spoglia di ogni indumento a parte la camicia, e torna a distendersi sulla moglie cercando di infilarlo alla meno peggio. Lei si ricorda del manuale pratico di sesso in cui viene suggerito alla donna di avvolgere il pene con una mano per aiutarlo delicatamente ad entrare; lo fa, ma basta quell’unico contatto per provocare l’eiaculazione improvvisa e intrattenibile su una coscia. Urlando per la repulsione e in preda a una crisi nervosa: “Non mi guardare, non mi guardare!”, lei si pulisce alla meglio con un cuscino e fugge dalla stanza rifugiandosi sulla spiaggia, più lontana che può.  Oltraggiata. E’ seduta sul bordo di una barca in secco quando lui la raggiunge: ma il tentativo di dialogo, le spiegazioni, l’imbarazzo si traducono in accuse e recriminazioni. Florence proclama il suo amore, la sua assoluta determinazione a vivere insieme tutta la vita, accettando che lui possa andare liberamente con chi vuole quando ne avrà assoluto bisogno. Sul rapporto sessuale si abbatte un macigno brutale, gravosissimo e Edward esasperato la offende, la insulta, chiamandola frigida e stronza. Fine della storia. Con un seguito, a beneficio dello spettatore, un’appendice tra amarezza e commozione che naturalmente non va rivelata.

Chesil Beach di Ian McEwan si avvale di una scrittura preziosissima, raffinata, intima, sottile come una trina malefica, che il film non possiede. Perché l’intera storia nasce dalle parole, vive sulle parole, è una gabbia di parole; ciò che conta è il testo scritto. La trasposizione sullo schermo avrebbe avuto bisogno di una geniale riscrittura visiva, che invece non è avvenuta, e la scelta stilistica di un ‘teatro da camera’ non aiuta la vicenda. Né l’associazione tra il più grande scrittore vivente e la migliore cinematografia del mondo è da sola sufficiente a garantire il capolavoro sperato.

Resta intatta l’ammirazione per la prodigiosa espressività degli interpreti (Saoirse Ronan e Billy Howle), l’esattezza dei comprimari, la scelta mirabile dei luoghi, la cura degli interni, le perfezione delle luci, dei costumi, dei dialoghi, delle atmosfere. Si assiste a una produzione di gran classe, si respira un ossigeno rigenerante, come sempre più di rado, ormai, capita di assorbire dagli schermi.

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