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Verso Assisi, il diritto alla conoscenza. Un decalogo per i lettori

 

A che servirebbe un’informazione, libera, corretta e veritiera se i lettori non fossero in grado di distinguerla da quella falsa e ingannevole? Se il lettore è uno svogliato sfogliatore di titoli di giornale; se l’utente della rete è un saltimbanco che zompetta e caracolla nello sciame digitale e il telespettatore se ne sta comodamente seduto in attesa dell’ultima notizia di cui scandalizzarsi, la libertà d’informazione è una vuota formalità. Come esiste un decalogo per i giornalisti così dovrebbe esistere un decalogo per i lettori, un manuale di formazione permanente che insegni loro a riconoscere l’attendibilità di fonti e notizie, a interpretarle, approfondirle, contestualizzarle; a distinguere quelle vere dalle false, a ricercarne gli antefatti e a individuare, al di là delle apparenze, quali siano le parti in gioco e la posta in gioco negli accadimenti. Solo alla fine di questo percorso, i lettori saranno in grado di esprimere un giudizio consapevole e magari chiedersi in che modo possano rendersi utili perché i fatti di cui hanno avuto notizia prendano una piega piuttosto che un’altra.
Si può leggere il giornale, navigare in rete o guardare la televisione “per essere aggiornati”, ma per conoscere la realtà dei fatti bisogna attivarsi perché i fatti non parlano da soli. Le notizie, per quanto obiettive e complete, sono, per loro natura, legate alla contingenza, all’attualità. Inoltre, prese in sé, estrapolate dal loro contesto, le notizie si prestano a diversi significati, come una parola al di fuori di una frase. L’immediatezza delle notizie, non mediata dalla riflessione di lettori accorti, genera un rovinoso vaso di Pandora da cui si liberano miriadi di opinioni infondate, approssimative e contrastanti: cibo a buon mercato di cui si alimentano i talk show e i social network per accrescere i proventi della pubblicità.
Se assistiamo a una progressiva frantumazione del discorso pubblico, la responsabilità è da addebitare proprio a quella parte, non marginale, di lettori “ingenui” vittime di una bulimia che li sospende in un eterno presente scandito dal sopraggiungere dell’ultima notizia che cancella le precedenti: un consumo compulsivo, utile soltanto a riempire i vuoti dell’esistenza.
Il disorientamento dei lettori è inoltre accentuato da un luogo comune, molto diffuso tra i giornalisti, secondo cui “l’obiettività non esiste” e pertanto sarebbe impossibile essere imparziali nella descrizione della realtà che, pertanto, non potremmo mai conoscere la verità dei fatti: un pregiudizio che spalanca le porte al celebre aforisma nichilista di Nietzsche “non esistono fatti ma solo interpretazioni”.
Quanto più l’informazione cresce a dismisura, tanto più decresce la formazione dei lettori, la loro capacità d’interpretarla. Da qui la crescita esponenziale di un surrogato dell’opinione pubblica: l’opinione di massa, un immane agglomerato di persone esposte alla suggestione, al pregiudizio al rancore e all’influencer di turno; una massa di manovra letteralmente “ignorante” che sale in cattedra sbandierando i suoi like. (L’opinione di massa non è un’invenzione di Facebook: nasce con la radio e la televisione e ha svolto un ruolo cruciale in tutte le tragedie politiche che il XX secolo. I social si sono, tuttavia, rivelati un ottimo terreno di coltura per la ripresa della sua crescita).
Il diritto all’informazione è solo il presupposto della conoscenza. Senza un’opinione pubblica dotata degli strumenti che le consentano di comprendere la realtà e le sue contraddizioni e di schivare fake news e post-verità, la libertà d’informazione è esposta a una crescente censura additiva che occulta i fatti che contano facendoli sparire nel polverone delle notizie rubaclic e degli shitstorm (tempeste di letame).
Né bisogna trascurare il fatto che, nonostante la scolarizzazione di massa e l’indiscutibile opera di divulgazione e informazione svolta dai media, il cittadino medio di un paese occidentale è, relativamente, molto più ignorante del suo omologo dei primi anni del XX secolo. Quest’ultimo era in grado di padroneggiare gli oggetti del mondo circostante poiché ne conosceva grosso modo il funzionamento, mentre l’uomo comune di oggi è inerme di fronte al motore della sua auto, alla casa domotica e agli algoritmi di cui si serve ogni giorno (magari senza neanche accorgersene). Ma ancora più inquietante è la distanza abissale che separa l’opinione pubblica attuale dalle ricerche e dalle conoscenze acquisite dai laboratori scientifici delle grandi corporation oppure dagli arcana imperii della cui esistenza si ha la percezione solo grazie a “incresciose” fughe di notizie temerarie come le rivelazioni di Snowden. La totale assenza di glasnost dei centri del potere è un pericolo per la democrazia.
Quando si parla delle crescenti diseguaglianze tra ricchi e poveri, si trascura di mettere sul piatto della bilancia il pericoloso divario di conoscenze tra chi detiene il potere e chi non ce l’ha, nonostante queste due tendenze vadano a braccetto e si alimentino a vicenda. In una democrazia compiuta, il diritto alla conoscenza è importante quanto il diritto alla salute e il diritto all’istruzione; per esercitarlo, bisogna disporre di un metodo e di strumenti cognitivi perché, come ricordava Einaudi nelle sue Prediche inutili, “non conosce chi cerca bensì colui che sa cercare”. Insegnare a conoscere e ad accrescere la capacità di giudizio e di critica nei lettori è, per i giornalisti, un dovere altrettanto importante che fare buona informazione, ricercare e raccontare la verità.
Da queste riflessioni ha preso spunto il concorso sulla libertà di informazione Rileggiamo l’Articolo 21 della Costituzione, promosso da Articolo 21 e dal Miur: un esperimento di media education che ha visto la partecipazione di quindicimila studenti di oltre ottanta province e l’impegno di autorevoli costituzionalisti, filosofi e giornalisti che sono andati nelle scuole per dialogare con gli studenti non solo del diritto di informare ma anche del dovere di informarsi, di conoscere.

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