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Verso Assisi. Per contrastare l’odio dobbiamo dare l’esempio

 

Prima di Internet, per far arrivare i loro messaggi i lettori dovevano scrivere una lettera, comprare un francobollo e spedirla al giornale. Oggi, tra posta elettronica e social media quando il pubblico vuole sfogare la propria rabbia o la propria frustrazione non ha barriere che possano rallentare l’azione a favore del pensiero. Anche «contro» noi giornalisti. Specie quando non diamo un buon esempio. Siamo sempre stati considerati come degli impiccioni di professione. Raccontiamo storie che non sempre la gente vuole che vengano raccontate. Ci palesiamo in momenti della vita di qualcuno che sono difficili. La gente si arrabbia. Ma c’è qualcosa che è peggiorato. I sondaggi danno la fiducia nei giornali ai minimi storici. A contribuire al clima negativo c’è la politica divisiva con la sua retorica anti-media. Negli Usa c’è un presidente che aggredisce i giornalisti tutti i giorni e c’è chi ai giornalisti spara. Un problema non solo americano. Anche in Italia c’è un clima antagonista nei confronti dei giornalisti. Che a loro volta per difendersi litigano in pubblico, con il risultato di alzare i toni dello scontro.

Che cosa possiamo fare per contrastare l’odio? «Per mantenere il confronto, anche aspro, sul piano delle idee, è importante che chi fa il giornalista di mestiere non partecipi alla rissa e spieghi il proprio lavoro, chi è, che cosa fa, perché lo fa, perché è importante che lo faccia» sostiene Indira Lakshmanan, esperta di etica del giornalismo. Dobbiamo cominciare a comportarci come se la nostra vita fosse in gioco, perché lo è. Per essere persone che raccontano storie di mestiere, non siamo molto bravi a raccontare le nostre.

Il nostro ruolo non è compreso? «Forse è perché la nostra etica non è sufficientemente trasparente» dice Joy Mayer, che ha fondato Trusting News , un progetto che studia come le redazioni comunicano con il pubblico. «La nostra credibilità non è scontata, dobbiamo guadagnarci la fiducia del pubblico ogni giorno». Tra le iniziative giornalistiche per riconquistare la fiducia del pubblico c’è TheTrustProject.org, a cui tra i primi ad aderire in Italia è stata La Stampa, che prevedono indicatori chiari per esempio per separare i fatti dalle opinioni e dalla pubblicità.

Lo scopo del nostro lavoro è fare luce, dare voce a chi non ce l’ha e chiedere conto a chi governa. Poi esercitiamo la libertà di espressione come tutti. Ma se vogliamo che i giornalisti siano riconosciuti come cittadini da rispettare e non nemici del popolo, non dobbiamo rinunciare a dare l’esempio.

Tutto questo l’ho già scritto su La Stampa nella mia rubrica www.lastampa.it/publiceditor, e lo ripeto volentieri qui in occasione di questo appuntamento ad Assisi a cui purtroppo non potrò partecipare.

Ma vorrei aggiungere una riflessione urgente all’interno delle nostre organizzazioni di categoria, che deve risultare in azioni concrete. Sono finiti i tempi in cui il giornalismo poteva permettersi di digerire anche le veline, le marchette, la sbruffonaggine, il protagonismo, la sete di potere. Bisogna tornare alle origine del mestiere, perché la gente non si fida più di noi. Dovremmo essere tutti più attenti, più trasparenti, e pronti a dialogare con il pubblico, a rispondere in prima persona con umiltà e spirito di servizio, anche quando il gioco si fa duro, spiegando che siamo sotto attacco, non ce la passiamo poi così bene, e abbiamo bisogno di sostegno per continuare a fare un lavoro utile e onesto di racconto dei fatti, in un mondo in cui vince chi la spara più grossa.

Siamo sicuri che mantenere le regole corporative ci faccia bene? Siamo sicuri che il dovere di solidarietà fra colleghi non ci allontani dal pubblico? Siamo sicuri di dover continuare a subire il comportamento eticamente scorretto di alcuni che mettono in cattiva luce tutti gli altri? I giornalisti devono poter denunciare i comportamenti odiosi senza rischiare richiami disciplinari. E va bene aggrapparsi all’Articolo 21 per la libertà di stampa, ma occhio a non usarlo come scusa per far passare tutto, anche le schifezze indifendibili.

Dotiamoci di una piattaforma moderna di whistleblowing per poter denunciare gli abusi in forma anonima, se può servire. E poi però chi è adibito a far rispettare le regole lo faccia davvero, e lo faccia sapere. Abbiamo un Ordine dei giornalisti che deve accelerare e dimostrare di sapersi riformare almeno dal punto di vista deontologico, se non vuole sparire. Non solo: deve darsi una mossa e ammodernarsi, con una presenza reale sui social, perché sono la piattaforma più popolare su cui comunicare con il pubblico, non di cui diffidare. Ancora troppo spesso sento membri dell’Ordine sostenere che ciò che i colleghi giornalisti dicono e fanno sui social non vale tanto quanto ciò che dicono e fanno sui mezzi di comunicazione più vecchi. Non è più così da diversi anni, diamoci una svegliata, è ora di aggiornare le regole. E lo dico anche in qualità di direttrice di un Master in giornalismo, quello di Torino, perché non va bene che il lavoro sui social media non sia previsto nel quadro di indirizzi per le scuole che devono formare le nuove leve di giornalisti.

Serve una scossa. Il momento è adesso. Altrimenti agli occhi del pubblico si continuerà a rafforzare l’idea che i giornalisti siano una casta di intoccabili ferma al Medioevo di cui diffidare e da lasciar affondare. E appuntamenti contro l’odio come quello di Assisi rischi di diventare l’ennesima iniziativa piena di buoni propositi, ma che non lascia il segno.

*Anna Masera è garante dei lettori a La Stampa e direttrice del Master in giornalismo di Torino

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