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Non tutti gli enfant prodige sono finiti male

 

Una serie di esempi difficilmente contestabili sembra dimostrare che gli enfant prodige, i giovanissimi che hanno brillato fin dalla più tenera età in qualche specialità, una volta cresciuti si siano trovati a dover  affrontare una serie di disastri che gli hanno appioppato un’età adulta tutt’altro che prodigiosa.  Sono, insomma, finiti male. L’ultimo in  ordine di tempo  è Jimmy Bennett, il giovane americano che ha inguaiato Asia Argento:  a otto anni era stato un attore bambino  nel film che aveva interpretato accanto alla figlia di Dario Argento. Poi più nulla o, meglio, particine in serie tv o tentativi infruttuosi come cantante, fino al clamoroso caso di Me-too al contrario, con lui  ormai cresciuto che accusa l’attrice, di vent’anni più grande, di averlo violentato quand’era ancora un minorenne. E’ diventato popolare, ma certo non come sperava.

E  prima di lui  c’era stato Valerio Fioravanti che dopo essere diventato popolarissimo da bambino  nei panni del figlio di Enrico Maria Salerno nella serie televisiva La famiglia Benvenuti, negli anni di piombo aveva preso una bruttissima strada arrivando al punto di diventare un terrorista nero e di finire all’ergastolo dopo un efferato delitto politico. Ma questo è un caso limite, che non fa testo: altri  ragazzini italiani hanno avuto felicissimi esordi nel campo dello spettacolo e non sono finiti così male.  Ma l’età adulta li ha fortemente delusi facendo amaramente rimpiangere  l’infanzia da fenomeni.

Chi non ricorda Andrea Balestri? Era il bambino toscano che Luigi Comencini volle come Pinocchio nel suo indimenticabile sceneggiato dedicato alle più fortunate pagine di Collodi. Era un discolo anche sul set, faceva i dispetti a Gina Lollobrigida che era la sua Fata Turchina, non solo a Nino Manfredi che era il suo sventurato genitore Geppetto. Con Pinocchio, il piccolo Andrea era diventato popolarissimo come attore bambino,  come  adolescente ebbe qualche particina, poi niente più cinema o televisione: diventò prima carrozziere poi muratore piastrellista. Il prodigio si era esaurito.

Lo stesso può dirsi di Enzo Staiola, il  piccolo protagonista di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Fu un attore-bambino preso dalla strada, il regista l’aveva scelto per la sua aria furba di monello nella Roma del dopoguerra. Non riusciva a farlo piangere per la scena dell’arresto del padre dopo il furto della bicicletta, e ricorse ad uno stratagemma: nascose  delle cicche nelle tasche dei pantaloni corti del bambino e sul set davanti a tutti lo accusò di essere, appunto un raccoglitore di cicche, il che non era vero. Con un pianto disperato il piccolo Enzo tentò di difendersi: De Sica aveva raggiunto lo scopo e la scena venne benissimo. Negli anni a venire, Staiola ebbe qualche particina in film minori poi  più nulla. Trovò un posto al Catasto di Roma, da dove è andato di recente in pensione. A chi gli chiede perché  non abbia più fatto l’attore risponde amareggiato: ”La colpa è del signor De Sica. Dopo Ladri di biciclette un produttore americano mi  aveva proposto un contratto per un film da girare a Hollywood, ma lui non volle lasciarmi partire, disse  che  ero ancora  sotto contratto con lui. Non era vero”.

L’elenco degli enfant prodige nel mondo dello spettacolo finiti male non è breve. Basti pensare a Macaulay Culkin, il diabolico ragazzino di Mamma ho perso l’aereo che mette K.O. due ladri pasticcioni ma tenaci.  Quel film lo rese celeberrimo, ma Hollywood non lo fece progredire, anzi, gli propose particine che in breve lo fecero scomparire dai titoli  di testa. Come si sa, è finito davvero male, con problemi con la droga, con la salute, con la legge. Da bambino aveva perduto l’aereo, da adulto ha perso l’equilibrio necessario a sopravvivere ad una precoce notorietà.

Ben diverso il caso di Jackie Coogan, il Monello di Chaplin. Con la sassata al vetro della finestra che Charlot sarebbe  corso ad aggiustare è entrato nella storia del cinema, e se non proprio come attore  ha avuto molta fortuna nella vita reale. Aveva  guadagnato molti soldi che i genitori hanno sperperato nel giro di pochi anni. Fu un caso triste e clamoroso al punto che  lo stato della California approvò una legge, il Coogan Act, proprio per difendere i bambini star dall’avidità dei genitori (così come  molti anni prima era stato inserito nel codice penale americano l’articolo che condanna il kidnapping, il rapimento di minori: non era previsto prima del sequestro e della conseguente uccisione del figlio di Charles Lindberg, il pioniere dell’aria autore della prima trasvolata atlantica in solitario). Crescendo, Coogan  ebbe una vita intensa, fece altri film,  si  adoperò in difesa dei deboli e dei diseredati, si sposò quattro volte, morì a 70 anni, lasciando una grande rimpianto nell’America degli anni Ottanta che lo adorava.

Anche il mini-attore spagnolo Pablito Calvo, l’indimenticabile protagonista del film Marcellino pane e vino, ha goduto di una fama cinematografica di breve durata. Aveva sei anni quando interpretò il film di Ladislao Vajda, e non ne fece altri. Finito ben presto  come attore, studiò da ingegnere diventando imprenditore di successo. E’ morto improvvisamente a 52 anni, diceva sempre che del cinema non conservava nessun  ricordo.

Ben diverso il caso di Michael Jackson: a poco meno di sei anni già cantava in palcoscenico con i quattro fratelli che non hanno raggiunto mai la sua popolarità. Ma, crescendo, ha imboccato una strada tortuosa  che lo ha portato, rimpianto da tutto il mondo pop, a morire a poco più di cinquant’anni, vittima dei medicinali di cui abusava  e di una vita  che dire disordinata è poco. Peccato, un grande talento sulla scena, fin da piccolo, e  pochissima fortuna nella vita reale nella quale, eterno Peter Pan, chiaramente stentava ad entrare.

Non proprio   enfant prodige, esordì comunque giovanissimo anche lo svedese Bjiorn Andresen, il Tadzio di Morte a Venezia, il film di Luchino Visconti che gli procurò fama per qualche anno. Il regista lo scoprì studentello di una scuola media di Stoccolma. Era stata una lunga ricerca la sua, voleva un ragazzino dal fascino ambiguo e lo trovò dopo decine e decine di provini. Uscito il film, oltretutto premiato alla Mostra di Venezia, il giovane Tadzio  fece di tutto per liberarsi del personaggio, che detestava anche perché continuava a procurargli  proposte per ruoli da gay. Ben presto ha dato l’addio al cinema, dopo una modestissima carriera in patria.

Ma, come si diceva, non tutti gli enfant prodige sono finiti male. Al contrario, in Italia abbiamo due esempi luminosi di bambini pieni di talento che si sono affermati anche in età adulta: il direttore d’orchestra Piero  Gamba, Pierino agli esordi, e il violinista tuttora in grande attività Uto Ughi.

Pierino Gamba (oggi  il diminutivo è improprio, dato che ha appena compiuto  82 anni) è nato a Roma nel 1936. Il padre  violinista  non appena si è accorto del talento del suo bambino, che già suonava benissimo il pianoforte, gli ha fatto studiare direzione d’orchestra. A otto anni nella Roma occupata dai nazisti, Gamba, ancora Pierino,  ha diretto l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia  rivelandosi un portento. Finita la guerra è volato a Londra dove ha completato la sua formazione. Il resto è una carriera che dura ancora: a New York, dove si è stabilito dirige, insegna all’università,  è fra gli italiani che contano.  Ha interpretato le musiche di tutti i grandi, sotto  la sua bacchetta ha cantato, fra molti altri, Luciano Pavarotti, hanno suonato il pianista Arthur Rubinstein, il violoncellista russo Rostropovic e il  violinista  Uto Ughi, anche lui enfant prodige italiano  destinato alla fama.

Lombardo, nato nel 1944, Uto Ughi a sei anni comincia a studiare musica e il violino, a sette  debutta al teatro Lirico di Milano, a dodici anni un critico scrive di lui che era già “un concertista artisticamente e tecnicamente maturo”.   A 23 anni  esegue il concerto  per violino e orchestra  di Beethoven alla Fenice di Venezia sotto la direzione  di Sergiu Celibidache. A 74 anni è ancora in piena attività,  suona alternando due violini preziosissimi: un Guarneri del Gesù del 1744  e  uno Stradivari del 1701. E’ molto impegnato nel sociale, si interessa ai giovani con lo stesso entusiasmo che dimostrava da bambino, quando si fece  notare da Pierino Gamba, poco più grande: due enfant prodige della musica che hanno conquistato il mondo. Smentendo clamorosamente l’infausta  profezia.

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