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Manlio Scopigno e la poesia del calcio

 

Un esponente della categoria degli “ulissidi”, con un’intelligenza “<<greca>>, corrosiva, cinica, scettica, stoica, socratica, platonica, aristotelica tutto in uno”: solo un genio come il compianto Edmondo Berselli poteva coniare una definizione tanto calzante per il friulano Manlio Scopigno, scomparso venticinque anni fa all’età di sessantasette anni, dopo essere stato l’artefice, nel ’70, dell’unico storico scudetto del Cagliari, e soprannominato “il filosofo” per la sua naturale inclinazione al pensiero e al ragionamento nonché per la sua incredibile mitezza.
Discreto calciatore, la sua carriera si interruppe precocemente a causa della rottura dei legamenti del ginocchio: un infortunio che all’epoca non lasciava scampo. Divenne, dunque, un allenatore e fin da subito mise in mostra non solo le sue qualità professionali ma anche le sue straordinarie doti umane, di motivatore e punto di riferimento per i suoi ragazzi.
Un padre più che un semplice condottiero, non certo tenero ma neanche inutilmente burbero e scontroso come si divertivano ad essere alcuni suoi colleghi in quegli anni.

Ha raccontato, ad esempio, Pierluigi Cera, colonna della difesa del Cagliari tricolore: “Scopigno era arrivato da poco. Eravamo in ritiro per una partita di Coppa Italia e in sette o otto, in barba alle regole, ci eravamo dati appuntamento in una camera per giocare a poker. Fumavamo tutti e giocavamo a carte sui letti. C’era anche qualche bottiglia che non ci doveva essere. Ad un tratto si apre la porta: è Scopigno. Oddio, penso, ora ci ammazza (Silvestri lo avrebbe fatto), se ci va bene ci leva la pelle e ci fa appioppare una multa! Scopigno entrò, nel fumo e nel silenzio di noialtri che aspettavamo la bufera, prese una sedia, si sedette vicino a noi e disse tirando fuori un pacchetto di sigarette “Do fastidio se fumo?” In mezz’ora eravamo tutti a letto ed il giorno dopo vincemmo 3-0″. Ecco chi era Scopigno, in quella terra di Sardegna agra e inospitale, dove spesso venivano spediti a fare il militare i ragazzi “con la testa calda”, il più delle volte con idee particolarmente di sinistra; una terra composta per lo più da pastori e agricoltori, povera gente che accanto alla foto del figlio e del marito teneva quella di Riva.
Scopigno, guida di un gruppo in cui Gigi Riva da Leggiuno era la luce, con quel volto scavato dalle rughe, quella tristezza costante, quei pugni aperti durante le esultanze malinconiche, il pensiero costantemente rivolto alla madre di cui era rimasto orfano da bambino e un senso di incompiutezza, fragilità e sconfitta che lo ha sempre accompagnato e lo caratterizza tuttora.

Erano tutti ragazzi messi in discussione, gli alfieri di quel miracolo ineguagliabile, i degni eroi di una regione abbandonata a se stessa, povera, talvolta finanche disprezzata ma ricca di valori, di ideali, di sogni, di speranze, di una bellezza amara e lancinante, una meraviglia della natura e, al tempo stesso, un inferno per vie delle tante, troppe possibilità negate.
Solo un folle come Scopigno, con i suoi metodi e la sua irriverenza, il suo anticonformismo e la sua grandezza morale e culturale, solo un irregolare come lui, alla guida di una banda sulla quale nessuno avrebbe scommesso un soldo, poteva riuscire in un miracolo di gran lunga superiore rispetto all’impresa del Leicester di Ranieri, presieduto da un miliardario e comunque ben inserito nelle logiche del calcio contemporaneo. Quel Cagliari, al contrario, sfidò e batté le potenze del Nord dall’alto della sua rabbia, della sua voglia di riscatto, della sua passione e del suo gioco collettivo. Vinse contro tutto e tutti, anche contro se stesso, persino contro la propria terra, e non si ripeté mai più, come una favola destinata a restare unica nel suo genere, il che la rende ancora più bella, ancora più eroica, ancora più ricca di un valore che non ha nulla a che spartire con i soldi degli ingaggi.
Il Cagliari operaio di un allenatore controcorrente vinse perché aveva dentro di sé qualcosa di impagabile: il desiderio di interpretare sul campo la sete di riscossa e di giustizia della gente che veniva a vederlo allo stadio o lo seguiva ogni domenica incollata alla radio.
Solo Scopigno poteva sfidare gli dèi ed uscirne indenne: in questo risiede la sua grandezza, la poesia di un calcio che oggi non c’è più, la magia di un uomo che raggiunse la gloria ma non se ne lascio abbagliare.

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