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L’arte rubata e (a volte ) restituita

 

di Nadia Pedot

“Sono sempre stato della opinione che l’Italia – cioè lo Stato, gli enti locali e ogni altra pubblica amministrazione – dovrebbe rinunciare, totalmente e definitivamente, alla custodia e manutenzione delle opere d’arte e anche dei manoscritti e dei libri rari. Non potendoci permettere il lusso di regalare quadri, manoscritti e libri a quei paesi e a quelle istituzioni che sanno ben conservarli e proteggerli, si potrebbero fare delle grandi aste, che certamente frutterebbero quanto basta per portare tanta gente dalle baracche alle case e per risolvere il problema idrico di tanti paesi meridionali: e l’effetto sarebbe così doppiamente proficuo, ché risolveremmo problemi altrimenti insolubili (a quanto pare) e ci assicureremmo della sopravvivenza (non importa in quale altro paese del mondo) di opere destinate in Italia al trafugamento o alla distruzione.”
L’editoriale indignato e provocatorio di Sciascia, all’indomani del furto della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio palermitano, puntava il dito contro lo Stato, al cuore delle sue responsabilità politiche ancorché culturali, intese come missione e ordine civile.
Mutilazioni e razzie di opere d’arte (come peraltro l’assegnazione discrezionale degli appalti…), tuttavia, non sono un fenomeno moderno: uno su tutti, il processo del 70 a.C. contro Gaio Verre, ex governatore siciliano e predatore seriale. Relativamente più contemporaneo è il concetto di restituzione sociale dell’arte, una prassi che si amalgama ai principi ispiratori e all’applicazione della legge n. 109/96.
Da Milano a Reggio Calabria, passando per Parma, Ottaviano e allungando fino ai Sassi di Matera, si potrebbe arrivare al lembo più estremo della Sicilia raccontando ombre e luci di un’Italia in esistenziale, perenne e irrisolto conflitto tra ostaggio, liberazione e riconsegna.
Del patrimonio artistico accumulato da Calisto Tanzi, “l’uomo che ballava sull’orlo di una voragine da quattordici miliardi di euro, il più grande scandalo finanziario che l’economia italiana ricordi”, non vi è traccia unitaria fruibile al pubblico: la collezione, che nel 2011 fu valutata prudenzialmente dagli esperti incaricati dalla Procura di Parma in 28 milioni di euro, nel 2014 fu messa all’asta a (minimo) risarcimento dei creditori Parmalat, 130mila risparmiatori oltre agli azionisti.
In Lombardia, tra il 2008 e 2009, scattarono due importanti provvedimenti di sequestro, non collegati tra loro, giunti poi a confisca diversi anni più tardi. Le collezioni riconducibili a Pietro Paolo Arona e a Beniamino Gioiello Zappia, nel biennio 2014-2015, sono state un felice oggetto di analisi ed esempio di partenariato sinergico tra l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, quale titolare transitorio; il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo nella duplice veste di supervisore tecnico e di principale beneficiario dell’arte “liberata”; la Regione Lombardia, ente promotore del bando attraverso cui il progetto di studio fu finanziato; Open Care Spa – Servizi per l’arte, partner privato per la custodia delle opere e proprietario degli spazi di lavoro; e l’Università degli Studi di Pavia, soggetto proponente e responsabile scientifico.
La pluralità degli interlocutori ha permesso anzitutto di fare chiarezza sui rispettivi ruoli, ambiti e vincoli di pertinenza, evidenziando quanto nei beni culturali siano più che mai essenziali il dialogo, la coordinazione e la stabilità delle collaborazioni: il dialogo per trovare le soluzioni più adatte, la coordinazione per accelerare quanto possibile i tempi d’intervento in un’ottica di restauro (ove necessario), conservazione e fruizione pubblica, e la stabilità delle collaborazioni per consolidare la prassi e non affidare la riuscita dell’operazione, di volta in volta, alle capacità individuali; visto che “il meccanismo del riutilizzo del bene confiscato non è particolarmente oleato e troppo si basa sulla volontà quasi eroica dei singoli, persone fisiche e non, che si ‘imbattono’ nella gestione”2 delle opere d’arte.
Dopo le prime fasi, che hanno garantito l’accesso ai due lotti (72 pezzi tra dipinti, sculture, assemblaggi, tecniche miste e installazioni, tutti autentici, selezionati con estrema attenzione e raffinatezza, e 458 elementi definiti un “deposito per lo più di autori minori non pervenuti alla storia dell’arte del Novecento”), l’analisi tecnico-scientifica, l’autenticazione e la stima delle opere, la catalogazione e la realizzazione di un volume, i beni sono ancora imballati in un deposito, lontani dal reinserimento nel tessuto sociale.
Differente infine è la sorte della raccolta confiscata dal G.I.C.O. della Guardia di Finanza a Gioacchino Campolo nel 2010: un patrimonio di oltre 330 milioni di euro costituito da società ed immobili, auto di lusso e motocicli, rapporti bancari/postali/assicurativi in Italia e in Francia e 104 quadri (ai quali si sono aggiunti altri pezzi nel corso di successive perquisizioni). “La collezione più ricca da Roma in giù, secondo alcune accurate perizie svolte nel tempo”, dal racket dei videopoker del “Sistema Reggio” agli anfratti dove era ammassata, l’arte è tornata arte al Palazzo della Cultura “Pasquino Crupi” di Reggio Calabria.
L’ostinazione, sì eroica, del territorio, sostenuta dall’intervento politico e dalla collaborazione generativa dell’ANBSC e della Banca d’Italia, ha restituito alla città un nuovo fermento culturale attorno alla prima pinacoteca di arte. Dal 7 maggio 2016 Reggio Calabria vanta un luogo frequentato dalle scuole e molto apprezzato dai visitatori, sia per la qualità delle opere in mostra sia per il valore etico del risarcimento alla collettività.
“L’Italia è il paese dell’arte; ma le opere d’arte vadano in malora”. In cinquant’anni, tra l’amara sentenza di Sciascia ad oggi, molto è cambiato in termini di tutela e prevenzione, sensibilità pubblica e contrasto istituzionale, molto ma non abbastanza da dargli definitivamente torto.

Da mafie

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