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Complici, sensali e favoreggiatori del crimine

 

di Maria Vittoria Nardi

l lavoro di tesi si prefigge l’obiettivo di fornire possibili spunti di riflessione sulle propaggini dei sistemi relazionali mafiosi e corruttivi.
Di fondamentale importanza quando ci accingiamo a discutere di “cose di mafia” è affrancare il campo da paradigmi interpretativi esistenti solo in vitro e non in rerum natura. Occorre ragionare su come determinate caratteristiche nella storia si sono sempre intrecciate.
Lo storico francese Fernand Braudel immaginava il senso della storia come le correnti marine: quelle sotto, profonde, lente, ovattate, non immediatamente percettibili, sostengono e condizionano le correnti intermedie e le onde in superficie, quelle sopra producono piccole danze in base ai movimenti dei flussi di corrente più in basso. Tendenzialmente, noi possiamo vedere solo il risultato quasi statico di prolungati processi dinamici nel tempo, ma nessuno ci impedisce-intanto-di immergerci gradualmente e vedere fluttuazioni e temperature diverse. Credo che questa immagine sul senso della storia ben si potrebbe accostare anche alla storia delle mafie, alla ricostruzione criminologica del loro potere, ovvero di un particolare susseguirsi di vicende, di «storie di profondità […] il cui senso si rivela soltanto quando si abbraccino ampi periodi del tempo».
Le caratteristiche ( le correnti) che nel lungo periodo hanno dato man forte alle mafie sono la capacità di saper sparare, di saper ragionare e di saper fare affari, tre tecnicità che è necessario comprendere nel loro intersecarsi e nella loro granitica mutevolezza, e cioè  nelle combinazioni sempre nuove ma sempre classiche- vintage- tra la capacità di esercizio della violenza e la capacità di tessere relazioni che cambiano parimenti alle trasformazioni sociali, ma che sostanzialmente non cambiano nell’esercizio del cosiddetto metodo mafioso. Senza le figure di mediazione criminale- i sensali mafiosi- sapienti nello snocciolare le declinazioni dell’agire mafioso, oggi, probabilmente le mafie si sarebbero quasi dissolte, invece le mafie si ripresentano ancora. Richiamano alla memoria a volte le affermazioni di Giuseppe Pitrè.
L’antropologo fu complice di uno dei più celebri depistaggi culturali sulla mafia, forse in buona fede o forse no se consideriamo lo scenario della genesi dei leitmotiv che animavano i “comitati pro Sicilia” di fine Ottocento sorti come reazione quasi del tutto unanime riduzionista e negazionista nei confronti della mafia circa l’assassinio per mano mafiosa del direttore del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo. Il mandante, in quel caso e in altri a seguire rimase di fatto storicamente impunito.
La storia si catapulta nel presente, si tratta anche di quella tipologia di corruzione eletta a dottrina, organizzata, sistemica, di “corruzione sistemica organizzata”, le cui reti criminali, scambi di utilità, calcoli costi/benefici, baratti di know how professionali, di un’amalgama di peculiarità criminali del mondo delle professioni contagiano i background degli intenti delinquenziali eterogenei e spesso geograficamente lontani, si avvicinano e mutuano qualche tratto l’uno dall’altro, originando quello che alla maggior parte della pubblicistica e degli imprenditori morali quali i mass media piace definire  “ nuove mafie”, nuove gamme di mafie da non sottovalutare, che spiegano la loro ragion d’essere nell’esercizio di quei metodi mafiosi apparentemente impalpabili (ma non per questo inesistenti) perché di difficile identificazione, ricostruzione ed efficacia probatoria già di per se nell’inquadramento della normativa di riferimento datosi che il 416bis per sua natura è un reato di tipo associativo che implica la responsabilità di più soggetti ( per associazione a delinquere s’intende la presenza operativa diretta o indiretta di almeno tre “attori”) e la concatenazione causa/ effetto di più reati perpetrati da più persone.
L’individuazione dei sensali mafiosi è difficoltosa: le metodologie e le tecniche investigative utilizzate per accertare e contestare fatti plurimi, il sistema di relazioni che lega più soggetti in relazione a una pluralità di fini sono inevitabilmente più complessi, richiedono un tempo più lungo rispetto ad altre tipologie di reati, e in contemporanea difficoltoso è anche far girare gli ingranaggi della creazione e della diffusione dell’opinione pubblica nel riconoscimento culturale della stessa complessità criminologica propria della criminalità organizzata di stampo mafioso all’interno della già complicata questione criminale.
Ponendo l’attenzione sugli intrecci tra storia e tempo, dai ritmi differenti, possiamo intuire e cogliere uno dei poteri essenziali delle mafie, sfatare il luogo comune della mafia come contro potere dello Stato, capire come il fenomeno mafioso resiste dallo Stato unitario fino ad oggi attraversando fasi storiche e modalità differenti. Le prime orme delle mafie risalgono allo stato borbonico nel meridione, esistono in contemporanea alla formazione dello stato unitario, resistono al fascismo, ad un cambio di regime da liberale ad autoritario, c’erano nella governance liberale e coesistono in quella autoritaria rimanendo sottotraccia, perdurando anche all’arrivo della democrazia repubblicana. Le mafie sono presenti in tutte le fasi della storia del nostro Paese, per riprendere la metafora marittima di Braudel, sulla cresta dell’onda. Ora sommerse nell’onda. Allora la domanda è: come hanno conservato questa abilità?  Chi sono i sensali mafiosi?

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