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Bilancio. Salvini e Di Maio conquistano il 2,4%, sconfitto Tria, che pensa di dimettersi ma non lo fa, pare su consiglio di Mattarella

 

I pentastellati festeggiano una vittoria di Pirro. Previsti forti tagli alle spesa sociale. Negli ambienti Ue si parla di bocciatura

Di Alessandro Cardulli

Una giornata convulsa, ci sono perfino versioni diverse su vertici, incontri, consiglio dei  ministri che si riunisce, poi i lavori vengono interrotti, mentre davanti a Palazzo Chigi arrivano i parlamentari pentastellati, più riservati quelli della Lega, con tanto di bandiere per celebrare la vittoria, la “manovra del popolo”, dicono a proposito della nota di aggiustamento al Def. Ma nascondono che è una vittoria che i cittadini pagheranno a caro prezzo stando ai tagli alla spesa sociale, necessari per coprire i costi del “contratto di governo”. Non saranno sufficienti i miliardi in più derivati dal rapporto deficit Pil che passa dall’1.6%, proposto da Tria, al 2,4%, deciso dal governo. Si fa vedere il Di Maio, dal vivo, mentre Salvini viene ripreso prima del vertice, ma non si capisce se si è tenuto in disparte. I due vicepremier, oggettivamente, sono vincitori di una guerriglia combattuta con ogni mezzo, lecito e no, leggi gli attacchi del portavoce del premier, Casalino, portati ai funzionari del ministero del Tesoro, in realtà contro il ministro Tria. Portano a casa il “contratto di governo”, più precisamente il reddito di cittadinanza, la pensione di cittadinanza, una nuova legge sul pensionamento, buttando a mare quella che porta il nome della Fornero, la flat tax, che fa pagare meno tasse ai ricchi, la pace fiscale che è, in realtà, un condono di dimensioni gigantesche. Tutto questo vedrà attuazione perché Salvini e Di Maio, con il presidente del Consiglio, Conte a far da comparsa al seguito dei due capi bastone, hanno avuto la meglio sul ministro del Tesoro. Ma resta l’impianto di Tria, la gradualità degli interventi, restringendo al massimo per far quadrare i conti la platea dei “beneficiati”.

Saltano gli impegni presi dal ministro del Tesoro con la Commissione europea

La battaglia campale si è giocata su due numeri che segnavano il rapporto fra deficit e Pil. Il ministro del Tesoro, Tria, si era impegnato con i Commissari Ue a fissare questo rapporto entro i limiti dell’1,6%. Aveva ribadito proprio l’altro ieri alla assemblea della Confcommercio che aveva giurato di operare per il bene della Repubblica e questo giuramento intendeva mantenere ritenendo che le sue proposte, convalidate dalla Commissione Ue, davano la possibilità al nostro Paese di uscire da una situazione debitoria  che mette a rischio il futuro dell’Italia, prigioniera dei mercati, di chi acquista il debito e ti fa pagare interessi vertiginosi. Oppure lo scarichi sulle future generazioni. Tria si era pronunciato nettamente contro il diktat del duo Di Maio-Salvini, il rapporto fra deficit e pil doveva salire al 2,4%. O meglio, il capo leghista aveva fatto svolgere il lavoro sporco al vicepremier pentastellato per scendere in campo all’ultimo minuto e porre pure lui  l’ultimatum a Tria. O accetti il 2,4% o te ne vai. Forse non sarà avvenuto in modo così netto, ma questo è stato il livello, miserevole, di vertici, incontri, consiglio dei ministri. Si racconta che un primo incontro si sia svolto fra Conte e Tria, un faccia a faccia con il ministro del Tesoro che capisce che ormai si delinea la sua sconfitta. Non partecipa ad altre riunioni mentre si fa vedere il ministro Savona. Per lui, si dice che sia pronto ad un interim nel caso Tria fosse tentato di dare le dimissioni, portando con se un sottosegretario o meglio, un vice ministro.

Vertice a Palazzo Chigi senza la partecipazione del ministro del Tesoro

A Palazzo Chigi, senza la partecipazione di Tria si svolge il vertice annunciato, poi una prima seduta del Consiglio dei ministri. Nel frattempo, si dice che ci sia stato un intervento del presidente Mattarella perché Tria resti in campo. Già c’erano state le prime reazioni dei mercati all’annuncio della decisione del governo sul numero fatidico, 2,4%, dalla Ue arrivavano “voci” non rassicuranti sul cambio di numeri nella nota sul Del. Le dimissioni di Tria avrebbero creato un vero e proprio sussulto dei mercati e degli organismi Ue. Mentre i pentastellati e i leghisti festeggiavano nei pressi di Palazzo Chigi, il consiglio dei ministri varava la “manovra”, la nota di aggiornamento del Def, la nota della verità nascosta dietro il tripudio, in particolare, per i 10 miliardi conquistati dai pentastellati per il reddito di cittadinanza. Il Di Maio starnazzava: “Ragazzi oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia!” mentre dagli ambienti Ue arrivavano primi segnali e preoccupazioni nei confronti dell’Italia che veniva meno agli impegni presi. E dai parlamentari delle opposizioni si lanciavano segnali di allarme  in contrasto con le grida di gioia dei gialloverdi che davanti a Palazzo Chigi sembravano invasati. Emanuele Fiano, della presidenza del gruppo Dem parlava di “effetti finanziari drammatici. Qui c’è in ballo il futuro del paese, non solo il consenso dei loro partiti, ma presi unicamente dai loro giochi di potere rischiano di portarci indietro di anni, sull’orlo del burrone”. Federico Fornaro, capogruppo Leu alla Camera affermava che “Lo sforamento del deficit al 2,4% nasconde tagli allo stato sociale, mentre non c’è quella inversione di tendenza con una crescita negli investimenti pubblici di cui l’Italia aveva bisogno come il pane”.

Fassina: Operazione devastante. Tagli alla spesa sociale per circa 5 miliardi

E dei tagli sociali parla Stefano Fassina, Gruppo Leu. ”Nella bozza del Piano Nazionale di Riforme, che accompagna la Nota di Aggiornamento al Def nella Tavola V.1 è contenuta per il 2019 una raccomandazione devastante sul piano sociale e recessiva sul piano macroeconomico: “0.1% di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta”. L’obiettivo era già stato indicato dal Ministro Tria nella sua audizione parlamentare il 3 luglio scorso e oggi, è ufficialmente nel programma del Governo. Per i non addetti ai lavori, vuol dire che, a bocce ferme, ossia senza attuare nulla del Contratto di Governo, si taglia la spesa, escluse le uscite per interessi, di circa 5 miliardi per il prossimo anno. Questo significa che per dedicare risorse al cosiddetto reddito e pensione di cittadinanza e a “Quota 100″ si fanno ulteriori tagli su sanità, scuola, assistenza, pensioni, lavoratori pubblici, investimenti. A tali tagli si aggiungono ancora tagli per l’avvio della cosiddetta flat tax o aumenti di altre tasse. Insomma, se il Consiglio dei Ministri conferma il Programma di Governo contenuto nel PNR siamo di fronte a una legge di bilancio con un drammatico gioco delle tre carte sulla pelle dei più deboli e di lavoratrici e lavoratori. Altro che manovra del popolo: è continuità”.

Confindustria: “Speriamo non creino danni”. Cottarelli: “Indebolite le finanze pubbliche”

Dal presidente di Confindustria una battuta al vetriolo:” Speriamo non facciano danni”. Carlo Cottarelli, cui Mattarella aveva affidato un incarico esplorativo per la formazione del governo, su twitter scrive: “Se le indiscrezioni sulla Manovra del popolo (deficit al 2,4% nel 2019) saranno confermate, stimiamo l’avanzo primario all’1,3%, il livello più basso dal 2011, molto al di sotto del tendenziale di aprile (2,7%). Le finanze pubbliche non solo non si rafforzano ma si indeboliscono”. Brunetta, capogruppo di Forza Italia afferma: “Con il 2,4% di rapporto deficit/Pil temo la reazione della Commissione europea e ancor di più quella che proviene dai mercati. È una quantità di deficit che ci porta ad un aumento del rapporto debito/Pil, che è l’unico indicatore cui guardano i mercati”. “Manovra del popolo? Con il 2,4% di rapporto deficit/Pil temo che domani, all’apertura dei mercati finanziari, ci possa essere una impennata senza fine dello spread e, a catena, declassamento da parte delle agenzie di rating”.

Da jobsnews

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