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Turchia, sangue sulle elezioni sempre più condizionate da repressioni e censura a 9 giorni dal voto

 

Sangue sul voto in Turchia. A 9 giorni dalle elezioni presidenziali e parlamentari del 24 giugno un comizio nella cittadina a maggioranza curda di Suruc è finito in tragedia. Durante la visita di un deputato del partito di governo Akp, Ibrahim Halil Yildiz, che doveva intervenire in piazza, sono stati esplosi dei colpi e nel conflitto a fuoco sono rimaste uccise cinque persone. Le versioni trapelate finora sono discordanti. L’agenzia di Stato ‘Anadolu’ riferisce di un attacco da parte di uomini armati di coltelli e bastoni contro il parlamentare e i suoi sostenitori che avrebbero reagito sparando. Altri media locali puntano il dito contro gli agenti della sicurezza di Yildiz, che avrebbero aperto il fuoco in un mercato dove, al passaggio del deputato, si sarebbero levati fischi e parole di disapprovazione. La versione ufficiale fornita dall’amministrazione provinciale parla invece di “disordini tra due gruppi avversari” scoppiati al termine del comizio. Unica certezza, al momento, il numero dei morti e dei feriti, almeno 9. Tra le vittime c’è anche il fratello di Idloz.
Manca poco più di una settimana al cruciale voto anticipato del 24 giugno per volontà del presidente uscente Recep Tayyip Erdogan e la tensione è sempre più alta, soprattutto dopo il discorso shock del Sultano ai capi dei comitati di quartiere di Istanbul ‘invitati’ a identificate quelli che votano HDP e a ‘eliminarli’ dalle liste elettorali per “tenere i curdi sotto la soglia del 10%”.
Anche l’escalation della censura nei confronti degli sfidanti di Erdogan, la sua predominanza sui media turchi è più evidente che mai, alimenta ulteriori contrasti.
Vengono inoltre taciute notizie come le violenze e le torture compiute da agenti di polizia nei confronti di alcuni studenti universitari e delle scuole superiori che partecipavano a una pacifica manifestazione a Istanbul l’8 giugno scorso. A denunciarlo Amnesty International che chiede alle autorità giudiziarie che i sospettati di questi abusi siano assicurati al più presto alla giustizia.
Che la maggior parte degli organi di informazione sia sotto il controllo del governo, mentre gli altri si autolimitano a causa dello Stato di emergenza e delle costanti repressioni attuate dal regime, è ormai un dato di fatto. Tanto da spingere i due contendenti più accreditati nella corsa alla guida del Paese a decidere di rinunciare al loro diritto a trasmettere messaggi di propaganda sulla tv di stato Trt, accusandola di favorire Erdogan e di oscurare le rispettive campagne elettorali.
Il rifiuto di apparire nei video di propaganda è stato annunciato da Muharrem Ince, leader della principale forza di opposizione, il laico Chp, e da Meral Aksener, ex ministra degli Interni fondatrice del ‘Buon partito di centro-destra’.
Ha invece scelto di registrare un proprio messaggio Selahattin Demirtas, candidato del partito filo-curdo Hdp che finora per fare campagna elettorale ha utilizzato le telefonate e gli sms a familiari e legali concessi ai detenuti. Il suo video appello è stato registrato in carcere.
Secondo la legge turca i candidati di ciascun gruppo parlamentare di opposizione hanno diritto a due spazi di 10 minuti ciascuno, mentre per quelli di maggioranza la durata prevista è di 20 minuti.
Demirtas ha preferito prendere quel poco che gli era stato comcesso, pur consapevole del fatto che potesse essere manipolato, piuttosto che nulla non avendo altre opportunità per avere visibilità.
La determinazione del leader curdo nel portare avanti la sua candidatura infastidisce enormemente Erdogan che in queste ore è tornato ad attaccarlo.
Il candidato dell’Hdp nonostante si trovi in prigione rappresenta per il presidente uscente una vera e propria spina nel fianco.
“L’opposizione vuole che Demirtas venga rilasciato perché corre alla presidenza? Io rispondo che dovrebbero essere rispettati alcuni criteri nella scelta dei candidati. E in questo caso, considerate le serissime accuse che pendono nei suoi confronti, lui non dovrebbe essere nemmeno in corsa”.
Con queste parole pronunciate durante un comizio a Trabzon, città del Mar Nero, il presidente turco ha criticato l’Authority che vigila sulle elezioni nel Paese (Ysk) rea di non aver tenuto conto dell’accusa pendente sull’esponente del partito filocurdo di essere a capo di una organizzazione terroristica.
Per Erdogan Demirtas ha incitato la gente a scendere in piazza per sovvertire l’ordine costituzionale, causando la morte di 53 persone. Ha rievocato le dimostrazioni anti governo dell’ottobre 2014 e del giugno 2015 per ribadire che proprio le parole del leader curdo avevano determinato le proteste represse con la forza.
Accuse sempre respinte al mittente da Demirtas anche perché nessuna indagine fu aperta all’epoca dei fatti né nei suoi confronti, né di altri membri del suo partito.
Demirtas si trova in carcere insieme alla cosegretaria dell’Hdp Figen Yuksekdag dal 4 novembre 2016. Sono ritenuti entrambi ‘terroristi’ come i sei ex calciatori turchi, tra cui alcuni che hanno giocato nella nazionale, processati per presunti legami con il fallito colpo di stato e che rischiano fino a 15 anni di reclusione per “appartenenza a un’organizzazione terroristica”.
Secondo l’agenzia di stampa statale Anadolu, Bekir Irtegün, Zafer Biryol, Ömer Çatkiç, Ugur Boral, Ismail Ersin e Güreler Sengül sono sotto inchiesta per aver utilizzato l’app di messaggistica ByLock, mezzo di comunicazione dei presunti golpisti.
Ankara accusa il predicatore Fethullah Gülen, da tempo in auto esilio negli Stati Uniti, di essere la mente del tentativo di push, che nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 è costato la vita a 250 persone.
Sul banco degli imputati dei tanti processi in corso tra Istanbul e Ankara tanti giornalisti e altri operatori dell’informazione. Quelli tuttora in carcere sono almeno 160.
Tra questi Osman Kavala, editore e uomo d’affari turco da sempre in prima linea nella promozione della cultura e vicino alle organizzazioni in difesa dei diritti umani. I suoi avvocati hanno annunciato ieri che faranno ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Alla base della decisione la lunga detenzione di Kavala, rinchiuso in carcere dallo scorso 18 ottobre, ancora in attesa che il pubblico ministero presenti i capi di imputazione.
Arrestato all’aeroporto Ataturk di Istanbul, Kavala è sospettato di essere legato alla rete di Gulen ed è accusato di “tentata eversione dell’ordine democratico e costituzionale” e “tentativo di rovesciare il governo della Repubblica turca”. Secondo la Procura che ne ha disposto il mandato di cattura l’editore sarebbe implicato sia nel golpe fallito sia nelle proteste esplose nel centro di Istanbul nell’estate 2013 in difesa del parco Gezi. Tra i capi di imputazione dell’ordinanza figura una presunta partecipazione di Kavala allo scandalo tangenti che ha travolto l’Akp del presidente (all’epoca dei fatti premier) tra il 17 e il 25 dicembre 2013. Un’inchiesta scaturita dalle intercettazioni di alcune conversazioni telefoniche e che coinvolse ben quattro ministri.
Kavala è proprietario di una delle principali case editrici turche e direttore della fondazione culturale Anadolu, che spesso ha collaborato con l’Unione Europea.
La sua credibilità a livello internazionale non lo ha tuttavia messo al riparo dalle repressioni di Erdogan.

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