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Perché in Messico i comunicatori vengono uccisi?

 

Trentaquattro anni fa avvenne il primo crimine narco-politico messicano. La vittima fu  il giornalista Manuel Buendía Tellezgirón, autore della rubrica “Rete privata”, trucidato il 30 maggio 1984. A partire da quel momento i giornalisti uccisi in Messico furono centinaia.
Il crimine di Buendía permise di sbirciare nel pozzo del marciume del sistema politico messicano,  rivelando la sua relazione con il traffico di droga.

Per la morte di Buendía le autorità incolparono José Antonio Zorrilla Pérez, che dirigeva l’ormai defunta Direzione della Sicurezza Federale (DFS). L’assassino era un rappresentante di quella corporazione. Sparò cinque proiettili a bruciapelo al giornalista, quattro dei quali colpirono nel segno.

Si diceva che il motivo fosse quello di impedire a Buendía di rendere note le alleanze di Zorrilla Pérez con i leggendari narcotrafficanti Miguel Ángel Félix Gallardo, Ernesto Fonseca Carrillo, Don Neto e Rafael Caro Quintero, come è stato dimostrato anni dopo dal Procuratore della Capitale e dal PGR.

Si diceva anche che il crimine di Buendía fosse un regolamento dei conti. Che la vittima non era “il santo del giornalismo” come volevano farlo apparire. Che Buendía non fu mai onesto, né veritiero, né coraggioso. Che era un gangster del giornalismo, che si era reso colpevole di estorsioni, insulti e calunnie. Si diceva che la fortuna da lui accumulata derivava dai favori che elargiva a pagamento, per pubblicare o non pubblicare articoli. In realtà la sua uccisione fu un crimine contro la libertà.

Il Messico è uno dei paesi più pericolosi dove praticare il giornalismo. È vero, ma siamo sicuri che gli omicidi di comunicatori, intendo anche di blogger o speaker televisivi,  siano correlati con il loro lavoro di informazione?

Secondo il Programma di Oltraggi a Giornalisti e Difensori Civili di Diritti Umani della Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), dal 2000 ad oggi, 131 giornalisti sono stati assassinati in Messico (fra cui 13 donne). Venti risultano scomparsi dal 2005. Dal 2006 sono avvenuti cinquantadue attacchi contro le installazioni dei media.

Dei 131 comunicatori assassinati dal 2000 al 2017, come è stato anche documentato dall’organizzazione Articolo 19 in Messico, non si può dire che la causa sia esclusivamente il loro lavoro di reporter.

Quando si conosce il profilo del comunicatore, così come la storia di ciò che ha scritto, si scopre che molti di loro, la grande maggioranza, non hanno fatto realmente giornalismo investigativo, né hanno rivelato oscure trame di potere. Molti facevano i giornalisti come mezzo con cui guadagnare denaro, non era la loro vocazione. Tranne alcune eccezioni.

Per esempio Javier Valdés, un giornalista di Culiacán (Sinaloa), il quale ha scritto e investigato sul narcotraffico e Miroslava Breach, fu sparato il 23 marzo da un cartello di trafficanti di droga che si sentì danneggiato dalle sue indagini sulla corruzione. Riguardo gli altri casi, sussistono dubbi se si tratta di esecuzioni legate al lavoro giornalistico.

Un altro esempio sono i crimini dei giornalisti nello stato di Guerrero, uno dei luoghi più pericolosi in Messico per l’informazione libera, così come Veracruz e Tamaulipas.

Ad Acapulco, stato del sud del Messico famoso per essere il comune più violento del mondo, 12 comunicatori sono stati uccisi dal 2003 ad oggi, sommando la cifra a una serie di attentati contro la professione come il recente attacco subito dai giornalisti Fabián Trigo e Pablo Maldonado, arrestati il 20 maggio dalla cosiddetta polizia rurale di Petaquillas, per coprire un incidente automobilistico nella suddetta comunità.

Un ulteriore caso è quello di sette giornalisti attaccati e depredati del loro veicolo e dell’equipaggiamento di lavoro da un gruppo di uomini armati che avevano installato un posto di blocco nel comune di Acapetlahuaya (Guerrero).

I giornalisti stavano documentando l’ingresso delle forze federali nel comune di San Miguel Totolapan, dove i locali avevano formato un gruppo di autodifesa per affrontare i rapimenti e le estorsioni de “La Familia Michoacana” e della banda criminale “Los Tequileros”. Tuttavia, a parte questi attacchi che sono realmente correlati al lavoro di informazione, le esecuzioni che si sono verificate fino ad oggi in questo stato non sono state adeguatamente analizzate.

Il caso più recente è quello legato a una blogger che aveva fatto satira contro personaggi pubblici per scopi strettamente economici. Non era una giornalista che si dedicava a investigare o documentare casi specifici. Tuttavia la stampa fece apparire l’omicidio come quello di un vero giornalista come quello di Miroslava Breach.

Il 5 febbraio Leslie Ann Pamela Montenegro del Real, meglio conosciuta come “Nana Pelucas”, è stata giustiziata da un gruppo di uomini armati che ha fatto irruzione nel suo ristorante nel porto turistico di Acapulco (Guerrero). Montenegro del Real aveva pubblicato video satirici su YouTube in cui, travestita con parrucca e occhiali, intervistava i politici locali. Secondo il procuratore, ci sarebbe un cartello dietro l’omicidio della blogger con il quale, a quanto pare, il suo fidanzato aveva qualche relazione. Il crimine era una resa dei conti ma non causato dall’esercizio giornalistico, perché il suo lavoro non era granchè importante.

Un altro caso ancora più recente è l’omicidio del conduttore Juan Carlos Huerta Gutiérrez, giustiziato nella sua casa situata nell’esclusiva zona residenziale El Country di Flor del Trópico, a Villahermosa (Tabasco). Juan Carlos Huerta non è mai stato un giornalista. Il suo lavoro è sempre stato quello di speaker radiofonico. Aveva un programma nel quale leggeva e commentava le notizie. Tuttavia, in poco più di un decennio di lavoro, è riuscito a accumulare una fortuna che risulta inspiegabile per chi lavora solo come presentatore. Negli ultimi anni era diventato addirittura impresario radiofonico. E possedeva una BMW.

Una linea di indagine collega l’omicidio di questo comunicatore ad una resa dei conti per mano del crimine organizzato, Los Zetas, per il pagamento di favori non corrisposti. Juan Carlos Huerta non è mai stato un giornalista che ha indagato o pubblicato articoli. Era solo un commentatore che ha usato i rapporti con il Potere per accumulare ricchezza. Nonostante ciò, la sua morte è stata considerata un crimine contro la libertà di informazione.

Anche se può sembrare strano, questo articolo non ha lo scopo di minimizzare i crimini commessi contro i comunicatori. Un crimine è un crimine e dev’essere condannato, indagato e punito. Non è più grave se si tratta di un assassinio di un giornalista o un crimine contro un operaio qualunque. Si tratta del valore che diamo alla vita.

A onor del vero, in relazione agli omicidi di comunicatori, dobbiamo essere più obiettivi e non emettere giudizi superficiali come è stato fatto di recente. I media, senza aspettare che le indagini finiscano, etichettano immediatamente come crimine contro la libertà di espressione la morte di chi per qualche ragione lavora nel campo della comunicazione o appartiene ai cosiddetti “club di giornalisti”, i cui membri sono tutto meno che giornalisti.

È necessario distinguere tra crimine contro l’esercizio dell’informazione, o come risultato del lavoro di ricerca e pubblicazione di rivelazioni importanti, da un delitto passionale o scaturito da patti stretti con gruppi criminali. Ci sono diversi casi in cui i presunti giornalisti hanno cercato di estorcere o ricattare un capo banda criminale e sono stati uccisi. In questi crimini è indispensabile distinguere qual è stata la responsabilità professionale di questi comunicatori, quanto sono stati eticamente professionali nella gestione delle informazioni e con loro stessi.

Certamente il Messico è in cima alla lista dei giornalisti uccisi, ma sarebbe irresponsabile credere, senza un’adeguata indagine caso per caso, che tutti questi crimini hanno a che fare con la libertà di informazione. La stragrande maggioranza si verifica quasi sempre per altre ragioni, quindi è irresponsabile affermare, come dicono alcune organizzazioni, che quelle morti rappresentano “il più grande affronto alla libertà di espressione in questo paese”.

Trenta anni fa in Messico si credeva, e così era, che tutte le aggressioni contro giornalisti e i media provenissero dalle istituzioni governative. Oggi le cose sono cambiate. L’aggressione contro i media e i reporter scaturisce, senza dubbio, dal crimine organizzato e dalle persone in posizioni governative. Ma molti omicidi sono strettamente correlati a personaggi che potremmo definire intermedi, cioè mediatori tra politica e criminalità. Cercare la persona responsabile degli attacchi alla libertà di informazione oggi non è così facile come un tempo, quando tutte le colpe erano del governo. Ora la minaccia è diversificata e anche gli interessi di coloro che lavorano nel campo della comunicazione, specie considerando che alcuni media sono passati nelle mani del crimine organizzato. Finché non esiste un giornalismo veramente professionale, etico, che consideri questo esercizio come una vocazione, non come un mezzo per scalare le vette del potere, i crimini contro i comunicatori sono destinati ad aumentare.

Noi giornalisti dobbiamo accettare la nostra responsabilità sociale e professionale da un punto di vista etico. Non siamo mercenari dell’informazione, del ricatto, dell’estorsione che in alcune zone viene confuso con il giornalismo e che, alla fine, porta solo alla morte.

(traduzione di Eva Serio)

Jeremías Marquines è stato ospite alla prima edizione del 2015 di “Imbavagliati” – Festival Internazionale di Giornalismo Civile diretto da Désirée Klain

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