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Noi non archiviamo e combattiamo per il diritto di Ilaria e Miran di ottenere giustizia e verità

 

Ho 19 anni, studio diritto internazionale a l’Aia, Olanda. Il 18 Aprile ero a Roma, davanti al Tribunale Penale, nel momento in cui il caso di Ilaria e Miran rischiava di essere definitivamente archiviato. Ho avuto l’onore di essere anche io lì, con il cartello in mano, insieme a tante organizzazioni, come Articolo 21, che tutelano i diritti. Eravamo lì per dire che noi non avremmo archiviato, non avremmo dimenticato, e saremmo sempre restati a combattere per il diritto di Ilaria e Miran di ottenere giustizia e verità.

La prima volta che ho sentito parlare del caso Alpi e Hrovatin è stato qualche anno fa, quando uscì una notizia al telegiornale e mia madre mi raccontò la storia. Anche mia mamma è una giornalista. Conosceva Ilaria, la salutò pochi giorni prima che partisse per la Somalia. Era una ragazza giovane come lei, poco più di trent’anni, da poco entrata nel mondo del giornalismo e assunta alla RAI dopo un difficile concorso. Ilaria aveva una voglia di scoprire e di raccontare: le brillavano gli occhi quando ne parlava. Mia madre non potrà mai dimenticare la sua allegria e la sua determinazione.

Ilaria aveva fatto una scelta. Voleva raccontare una realtà che pochi altri giornalisti, in quel periodo, avevano il coraggio e la volontà di approfondire. Aveva studiato anche l’arabo e si offriva sempre con entusiasmo di andare in quei paesi, come la Somalia, pericolosi e in continua guerra. Ilaria amava il suo mestiere che è anche, credo, quello di indagare esercitando uno dei diritti più importanti: cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere, l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Sono stati assassinati perché stavano facendo il loro lavoro, esercitando il dovere di informare e difendendo il nostro diritto di essere informati. Ed è questa la ragione che mi ha portato a parlare pubblicamente di questo caso giudiziario anche nella mia università, davanti a compagni che provengono da tutto il mondo. Sono stati molto colpiti e hanno anche loro condiviso casi simili accaduti nei propri paesi.

Studiando, ho scoperto che Somalia e l’Italia sono entrambe firmatarie della Convenzione dell’ONU contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Così come sono entrambe firmatarie del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici.

L’articolo 19 del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici è molto simili all’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani. Detta: “ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per iscritto, attraverso la stampa…” Ha solo due restrizioni, entrambe applicabili solo in circostanze necessarie ed espressamente stabilite dalla legge. La prima: l’esercizio delle libertà previste deve rispettare i diritti e la reputazione altrui. La seconda: l’esercizio delle libertà previste non deve essere un ostacolo alla sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la sanità, o la morale pubblica.

Quali diritti non rispettava, e quale reputazione danneggiava, la loro indagine? Era ostacolo per la sicurezza, l’ordine, la morale, o la sanità? Forse le indagini condotte da Ilaria danneggiavano la reputazione di molti, ostacolando, in qualche modo, “l’ordine” e la “morale” , di molti. Ma queste restrizioni non sono mai una giustificazione per la violazione del diritto considerato il più fondamentale e universale, dettato dall’articolo 3: “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Ma evidentemente il loro lavoro infastidiva molti, sia in Somalia, sia in Italia.

La prima cosa che mi sono chiesta è dov’era allora, e dov’è ora il diritto internazionale? Com’è stato applicato il diritto italiano? Perché ancora non c’è alcuna verità, non c’è nessuna giustizia dopo ventiquattro anni dalla morte di due persone innocenti? Cosa fa il diritto internazionale per proteggere la libertà di stampa? E il sistema giudiziario italiano? Una professoressa universitaria mi ha fatto riflettere: sarebbe stato diverso se fossero stati “colpevoli”? In che modo?

Ilaria e Miran stavano indagando sul traffico internazionale di rifiuti tossici e armi. Secondo fonti investigative e giornalistiche ci sarebbe la concreta possibilità che in queste attività illegali fossero attivamente coinvolti anche i servizi segreti italiani, così come altre istituzioni governative, insieme alla criminalità organizzata.

E’ possibile combattere questa ipocrisia? Perché i genitori di Ilaria, pur lottando ogni giorno, non hanno mai trovato giustizia? Perché Omar Hassan è stato in carcere ingiustamente per diciassette anni ? Un’altra cosa che mi ha colpito molto: i genitori di Ilaria hanno sempre creduto che lui non fosse coinvolto nell’assassinio di Ilaria e Milan e Omar, finalmente libero, era con noi davanti al tribunale.

Dopo ventiquattro anni, però, c’è ancora qualche speranza. Sono emerse nuove prove e il caso rimarrà aperto. Pur non avendo vissuto questa triste vicenda in prima persona, pur avendo tante cose ancora da imparare, è proprio per casi come questo, per i troppi difetti della giustizia che studio diritto internazionale e mi specializzerò in diritti umani. Durante la mia adolescenza, dal 2012 al 2016, sono stati uccisi 530 giornalisti nel mondo, mentre facevano il loro lavoro. Oggi ci sono 170 giornalisti in prigione solo in Turchia. 9 sono stati uccisi in Afghanistan poco più di un mese fa. E tanti, purtroppo, i nuovi casi ogni giorno.

L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani è per me uno dei più importanti. Il dovere di informare e il diritto di essere informati. Ilaria e Miran stavano esercitando questi diritti e per questo, così come molti altri giornalisti nel passato e nel presente, sono stati uccisi. Perché volevano rendere pubblica una verità tenuta nascosta dai governi e dalle mafie. E mi sto purtroppo accorgendo che in nessun paese del mondo questi diritti vengono applicati realmente e difesi con efficacia.

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