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The happy prince” di Rupert Everett. Wilde al tramonto

 

C’è nel Ritratto di Dorian Gray uno scambio di battute che per sé solo dà il senso dell’intiero romanzo di Oscar Wilde. Il personaggio Lord Henry ricorda, appunto, a Dorian Gray: “… godete la più splendida gioventù, e la gioventù è l’unica cosa al mondo che valga la pena di essere posseduta…”. Al che lo stesso Gray replica con sufficienza: “Non me ne accorgo, Lord Henry…”. E questi subito di rimando: “Non ve ne accorgete ora. Un giorno, quando sarete vecchio e rugoso, e brutto, quando la meditazione avrà scavato i suoi solchi nella vostra fronte, e la passione avrà corrotto le vostre labbra con il suo tremendo ardore, lo sentirete spaventosamente…”.

Una simile asserzione dà significato anche al film – interpretato e diretto da Rupert Everett The happy prince (desunto dall’omonimo volume di Wilde del 1888) – sorta di incursione tutta autonoma sugli anni penosi (dal 1897 al 1900) contrassegnati dai rovinosi processi subiti per “omosessualità e indecenza” dallo scrittore irlandese. Un’impronta sofferta di esperienza, di ripensamenti in cui Wilde ritrova il suo essere più autentico, con il temerario ostinarsi nella corsa attraverso la vita come in una scontata sfida all’esistenza.

È, in particolare, su questo aspetto che Everett, cultore proprio fin da giovane delle attitudini creative come delle scelte vitalistiche di Wilde, dipana il proprio racconto, ritagliando in progressione gli scorci epocali e altresì le vicende desolanti del periodo finale. Periodo che – dopo il carcere e la dissipazione tra Napoli e Parigi – Wilde visse dolorosamente fino all’ultimo respiro. Ad avallare un tale epilogo risalta specialmente la consapevole “lettura” che sia come regista, sia come interprete Rupert Everett così sintetizza con queste parole riferite alla figura di Wilde rappresentato tra l’altro proprio come lo stazzonato individuo della maturità (grasso, malvestito, impacciato): “Credo sia stato protagonista di una delle grandi storie del diciannovesimo secolo. Una corsa verso la rovina tragica, intrisa di orgoglio e presunzione, terribilmente umana. Per me Wilde rappresenta una figura cristologica: poteva fuggire ed evitare il processo, ma è rimasto per sopravvivere come artista. Si è sacrificato per rinascere”.

Realizzato con il classico nitore del cinema inglese The happy prince ripercorre anche il campionario di personaggi che intersecarono la drammatica parabola di Wilde, via via incarnati con realistico piglio narrativo: dalla moglie dello scrittore Costance, l’amante Lord Douglas, l’amico Reggie Turner, il devoto Robbie Ross, non rifuggendo in parte da certi ammicchi trasparenti al levigato splendore viscontiano di Morte a Venezia e, ancora, da una sotterranea vena polemica-politica sul tema della annosa omofobia in auge in Inghilterra e altrove fino agli anni Sessanta.

Su questo specifico argomento sono da ricordare qui i molteplici film incentrati sulla Wilde story interpretati a suo tempo da prestigiosi attori: Il garofano verde, 1969, Wilde, 1997, Ancora una domanda Oscar Wilde, 1960. Indubbiamente l’ottimo lavoro di Everett costituisce altresì una ulteriore tappa verso il compimento di una piena libertà sessuale. Non è poco.

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