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“La vicenda di Federico ha cambiato il modo di vedere di molti”. Intervista a Fabio Anselmo

 

Al telefono dell’avvocato Fabio Anselmo risponde Ilaria Cucchi. Sta per essere presentato il libro di Anselmo, Federico. Non è la prima volta, ma l’emozione è tanta e il sorriso di Ilaria oltrepassa lo smartphone. Quando il telefono arriva in mano all’avvocato, la prima cosa che dice è: “Questo libro l’ha voluto Ilaria!”.

Ma serve a tutti: a chi conosce già la vicenda, a chi non ne sa nulla e trovando il libro in casa di qualcun altro chiederà: “Chi era Federico?”. Un ragazzo a cui ha voluto bene anche chi non lo conosceva. Perché era appena diciottenne Federico. Perché Federico è una vittima dello Stato. Perché dopo di lui, altri, sono stati uccisi mentre erano sotto la tutela delle autorità. Perché tra loro, Stefano Cucchi, è stato pestato di botte mentre era sotto la sorveglianza dello Stato. Lo ha confermato la testimonianza dell’appuntato Roberto Casamassima, il principale testimone contro cinque carabinieri, nell’ultima udienza del processo Cucchi-bis. Perché Federico ha molte cose da dire ancora oggi.

La prima parte del libro è una graduale presa di coscienza di come siano morto Federico Aldrovandi. Cosa, più di tutto la frenava dal poter credere che la polizia potesse essere responsabile?
Chiaramente i poliziotti sono i buoni. Un corpo che opera quelle violenze e che fa parte della polizia… non te lo aspetti. Un malore, dopo aver preso della droga, dall’altra parte l’intervento della polizia. Pensavo che quei traumi potessero essere stati provocati da un incidente. Quando gradualmente abbiamo capito che le cose erano andate diversamente abbiamo avuto paura. Paura perché essere vittima dei buoni è estremamente difficile. Paura perché abito a Ferrara e questo significava scontrarsi in maniera frontale con Procura e Questura.

Nel libro intreccia la sua vicenda personale, la tragedia della perdita della sua compagna, la mamma dei suoi figli, con la vicenda di Federico e con la disperazione di Patrizia Aldrovandi. Quanto ha contato la determinazione della mamma di Federico?
In questa vicenda il dolore è il motore di tutto. Il dolore e la rabbia che hai davanti. Il senso di ribellione a una reazione da parte dello Stato tutta tesa a chiudere la questione insabbiandola. Patrizia però è una madre e il suo dolore, che chiedeva con ansia la verità è stato il mio motore. Un dolore che condividevo a pieno, per la mia vicenda personale e che in me aveva degli effetti devastanti. Anche se in alcuni momenti iniziali ho tergiversato, parlando con Patrizia e con me stesso ho sentito forte quel desiderio di verità e giustizia che mi ha fatto andare al di là di qualsiasi ostacolo.

E al dolore come forza propulsiva si mischia un rapporto con la stampa che viene descritto nel libro tra luci ed ombre.
È stato un rapporto conflittuale ma necessario. Che ne parli bene o ne parli male, basta che ne parli. All’inizio mi ribellavo quando venivano fornite informazioni o critiche pesanti nei nostri confronti, ma poi ho capito che anche questo serviva a non relegare nell’oblio la vicenda.

Il modo di informare, dalla vicenda di Federico in poi, come è cambiato? È un modo più consapevole?
Vorrei rispondere in maniera positiva e ottimista ma ci sono dei momenti in cui non lo sono affatto. La contro-comunicazione e la controinformazione sono diventate molto efficaci, ma a volte penso ci sia ancora tanto da fare. Di sicuro la vicenda di Federico, un ragazzo appena maggiorenne, disarmato, solo, ha cambiato il modo di vedere le cose per molte persone; è stato difficile da accettare ma è servito a far capire che tutti possono sbagliare.

“Ti giuro che farò tutto il possibile affinché si continui a parlare di Federico Aldrovandi per tanto e tanto tempo” dice a Patrizia qualche mese prima dell’inizio del processo. E oggi? Qual è il senso di parlare ancora di Federico e qual è stata la sua esigenza personale di raccontare la vicenda?
L’ho vissuta dal di dentro, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Così come Filippo Vendemmiati ha fatto il suo lavoro di cronista in maniera straordinaria. È stata un’idea di Ilaria ma io avevo voglia di raccontare quello che era successo e cosa abbiamo vissuto. Potrei scrivere la storia della mia vita attraverso i miei casi e al momento, è venuto fuori Federico perché c’era molto da dire. Ancora oggi, questa storia riesce a far capire come alcuni meccanismi, patologici o meno, siano attivi o si siano disattivati. È una vicenda simbolica per molti aspetti. Il messaggio che vorrei trasmettere è di legalità e legalità significa anche sicurezza. E che siamo tutti uguali di fronte alla legge.

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