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Casamonica, vacilla la presunzione di impunità Donatella D’Acapito

 

Donatella D’Acapito

Sono prepotenti, si sentono i padroni di un pezzo di Roma, minacciano e picchiano chi non si piega al loro nome. Soprattutto, hanno sempre una versione diversa dei fatti che gli altri vedono o le videocamere riprendono.

Gli appartenenti al clan Casamonica- Di Silvio si muovono così. O almeno questo fanno nel quadrante sud est della Capitale, loro che possono vantare perfino legami di parentela con gli Spada di Ostia.

Domenica primo aprile. È il pomeriggio di Pasqua e le videocamere di un bar in Via Salvatore Barziali alla Romanina, un quartiere appena fuori dal raccordo anulare fatto di centri commerciali e case a buon mercato, riprendono una aggressione. C’è una donna in fila alla cassa con gli occhiali da sole. Dietro di lei arrivano due giovani che cercano di passarle davanti ma lei non ci sta: le file si rispettano. Per i due è un affronto -perché, come diranno poi, loro lì “sono i padroni” e devono essere serviti subito – e gli affronti vanno puniti. Ecco allora che uno dei due le strappa gli occhiali dal viso e la spintona. La donna non si piega e allora bisogna , andarci giù un po’ pesante. Uno dei due si sfila la cinta, lei oppone resistenza, prende per un attimo quella cintura ma poi i due hanno il sopravvento, la spingono verso la parete del bar e la prendono a cinghiate.

Il bar non è molto grande, eppure nessuno alza la testa, nessuno dice nulla. Sanno che si fa così, in quella strada.

Poi le cose sembrano calmarsi e la donna può bere il suo cappuccino. All’improvviso l’aggressione riprende, anche col sostegno di un altro uomo. Stavolta ci rimetterà anche il padrone del bar, il solo intervenuto in difesa della donna, sia in termini di botte che di locale distrutto.

Questo è quello che hanno fatto Antonio Casamonica, Alfredo e Vincenzo Di Silvio. E questo è quello che il proprietario del bar, sostenuto dalla moglie, ha deciso di denunciare. E non è servito l’intervento di qualche donna del clan per fermare questa coppia o quello del vecchio Enrico Di Silvio, nonno dei due fratelli citati, arrivato con la sua carrozzina elettrica per far capire al gestore del bar che era meglio lasciare stare la denuncia. Ma siccome questa storia è fatta di persone con la schiena dritta, al Di Silvio senior non resta che andarsene dicendo: “Allora volete la guerra?!?”.

E la guerra arriva. Contro i tre giovani rampolli rom più il vecchio Di Silvio viene eseguita dagli uomini della Squadra Mobile e dello Sco un’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla Dda della Capitale. Ai quattro vengono contestati i reati di violenza privata, lesioni, minacce e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso.

In venti pagine di provvedimento, si legge di una situazione in cui “appare chiaro che i Casamonica e i Di Silvio siano assurti a padroni del territorio e che l’aggressione della donna prima e la spedizione punitiva nei confronti del barista, con annessa devastazione del locale dopo, abbiano costituito una rivendicazione di tale diritti”. Si parla poi di “una ostentazione del potere su un territorio che gli indagati considerano sottoposto al loro dominio: in altri termini, si è trattato di un modo per riaffermare il loro potere anche per disincentivare eventuali future reazioni rendendo evidente a tutti quale trattamento sarebbe stato riservato ai soggetti che non assecondavano il loro volere”.

Non è la prima volta che il clan Casamonica-Di Silvio riceve una denuncia – basti pensare al caso del marmista iraniano Mehdi Dehnavi che nel febbraio del 2010, nonostante le lesioni gravi subite, la distruzione della propria bottega, ha continuato a pretendere che gli venisse pagato il lavoro commissionato e che i Casamonica non volevano pagare – ma di certo non è la norma.

Ed è questa resistenza – che resistenza non dovrebbe essere – a fare più notizia. Più dei soprusi e delle aggressioni.

Ma che succede se si sgretola il muro di paura e omertà che circonda un intero quartiere? Che succede se si va oltre il sentito comune che sussurra: “Tu non dai fastidio a loro (leggi: non vedi, non senti e non parli) e loro non danno fastidio a te”?

Succede che all’improvviso, questi uomini che ostentano potere e presunzione, devono cambiare le carte in tavola.

Ecco allora che, durante gli interrogatori di garanzia o le dichiarazioni spontanee fatte davanti gip Clementina Forleo a Regina Coeli, i temibili uomini del clan diventano uno un samaritano che cerca di difendere la povera donna (oltretutto disabile) che sta subendo l’aggressione, un altro un ragazzotto qualunque che per festeggiare la Santa Pasqua ha alzato troppo il gomito e ci ha messo pure la sorpresa dell’uovo a base di droghe. E il terzo? Beh, il terzo, ha fatto il bravo fratello maggiore che difende il più piccolo.

Anche Enrico Di Silvio dà la sua versione da vecchio saggio: “andavo sempre lì a fare colazione, e quando ho visto la titolare dell’attività le ho chiesto cosa avessero fatto i miei nipoti. Lei mi ha risposto che aveva già fatto tutto. Ho provato allora a convincerla a desistere, ma mai in maniera aggressiva, sempre bonaria. Non l’ho minacciata e non le ho mai detto allora vuoi la guerra…”.

In attesa che la giustizia faccia luce definitivamente su dinamiche e fatti, c’è già chi ha trovato il colpevole di tutto. È Pietro Vincentini, avvocato penalista che difende Antonio Casamonica: “è vittima di una strumentalizzazione e di un giornalismo fatto spesso e volentieri con poca serietà, mistificando spesso la realtà”.

E se vale per il suo assistito, potrebbe valere anche per gli altri. Ipse dixit.

 

Da liberainformazione

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