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Primavalle e la memoria perduta 

 
Primavalle, quarantacinque anni fa. Un’abitazione di quaranta metri quadri, quella di Mario Mattei, segretario della locale sezione missina Giarabub, data alle fiamme da tre giovani militanti di Potere Operaio: Achille Lollo, Mario Grillo e Marino Clavo.
Primavalle e due fratelli, Stefano e Virgilio Mattei, rispettivamente di dieci e ventidue anni, che muoiono bruciati vivi nel rogo in cui la sinistra extraparlamentare perse l’innocenza e la cui scia di sangue sarebbe proseguita per anni, come testimoniano le tensioni che caratterizzarono il processo ad Achille Lollo e la tragedia, ad esse correlata, del militante missino Mikis Mantakas, assassinato con un colpo di pistola alla fronte da Alvaro Lojacono, un altro militante dell’estrema sinistra, all’ingresso della sezione missina di via Ottaviano, in quel momento letteralmente sotto assedio.
Primavalle e il dovere morale di ricordare e di non giustificare alcuna barbarie, così come non giustifichiamo le stragi di piazza Fontana e di piazza della Loggia, del treno talicus e della stazione di Bologna.

Ricordare i fratelli Mattei è, dunque, un dovere: non tanto per riscattare la coscienza lurida di quanti all’epoca furono conniventi con degli assassini, al punto di giustificarne la brutalità e di far cadere nell’oblio un delitto che non si può in alcun modo ammantare di qualsivoglia nobiltà politica, quanto per evitare che i fratelli Mattei vengano uccisi ancora dall’indifferenza e dalla cattiveria di un odio politico risorgente, anche se più ipocrita e privo del pathos e della passione civile di quegli anni.
Rendere omaggio a queste due vittime dell’abiezione di una stagione straziante è poi anche un modo per rafforzare la memoria dei morti dell’altro versante ma, cosa ancor più importante, è il miglior modo per smetterla di parlare di morti di destra e morti di sinistra, a proposito di una fase storica che ha contribuito a snaturare questi due nobili e imprescindibili concetti.
Né la destra né la sinistra, infatti, possono permettersi di essere associate alla morte, alla violenza cieca e indiscriminata, alle spedizioni punitive, alle case e alle sezioni date alle fiamme, alle pistole e alle bombe; insomma, ad un armamentario che nulla ha a che spartire con la bellezza della battaglia, anche aspra, delle idee e delle visioni del mondo che compongono, persino oggi, la nostra società.
E chiunque ora dovesse essere tentato dall’idea di dividere le vittime degli anni Settanta per categorie, magari disponendo i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in base ad una distinzione manichea e del tutto arbitraria, si ricordi che è proprio a causa della follia di quel decennio che poi abbiamo patito il riflusso, la scomparsa delle ideologie e le catastrofi che ne sono seguite. Sto dicendo, in pratica, e con assoluta convinzione, che se oggi la politica è ridotta come è ridotta, se oggi è quasi impossibile assistere a un dibattito che non sia una stanca ripetizione di luoghi comuni, se oggi quasi non esistono più i partiti e i corpi intermedi, il dramma è cominciato allora, quando nessuno seppe fermare un ingranaggio omicida che ha finito con lo stritolare un numero incredibile di innocenti, rei unicamente di credere ancora in qualcosa o di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Primavalle, quarantacinque anni dopo. E l’amara sensazione che ai ragazzi di oggi questo quartiere, questa storia e ciò che essa ha comportato dicano poco o nulla. Da qui il nostro degrado e l’assoluto bisogno di contrastarlo.

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