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Oscar Wilde, il Principe felice

 

“In cima al suo altissimo piedistallo la splendida statua del Principe felice dominava la città. Il suo corpo era ricoperto di sottilissime lamine d’oro, gli occhi erano due zaffiri e, sull’elsa della spada, era incastonato un grosso rubino.” Da bambini, e anche da più grandicelli, in tanti abbiamo pianto per la fiaba  in cui la rondine innamorata, pur di restare accanto al Principe Felice ritarda la sua partenza verso i climi caldi dell’Egitto, fino a morire di freddo ai suoi piedi. Tutti, credo, ci siamo commossi alla storia del “Gigante egoista” nel cui giardino i bambini non ardivano mettere piede. In tanti ancora siamo rimasti stregati dal Ritratto di Dorian Grey, quel dipinto traditore che invecchia orribilmente al posto del suo proprietario. E chi di noi non ha riso di gusto agli aforismi fosforici del grande scrittore, a quei suoi bon mot capaci di svelare quasi sempre verità fulminanti: «La bigamia è avere una moglie di troppo. La monogamia lo stesso».

Di lui ci è noto il personaggio letterario, assai meno si conoscono le vicende private, la vita franata miserabilmente negli angiporti di Parigi, privo di ogni sostentamento e dignità, a causa dei suoi guai giudiziari e della condanna per sodomia inflittagli dai tribunali londinesi. A scuola scendeva un sipario di censura, e non soltanto nei banchi del liceo ma anche all’università dove i programmi di letteratura inglese sfioravano con cautela la figura dello scandaloso irlandese: Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, scrittore, aforista, poeta, drammaturgo, giornalista e saggista, nato a Dublino il 16 ottobre 1854 e deceduto a Parigi il 30 novembre 1900, agli albori del secolo breve che egli non avrebbe fatto in tempo a trafiggere con il suo caustico ingegno, con l’indomabile ironia anticonformista. La qualità più apprezzata, per cui veniva ricercato, invitato e riverito nei salotti esclusivi di Londra. Una volta che teneva la sigaretta accesa troppo vicina a un prezioso paralume, la padrona di casa gli si era rivolta alquanto smaniosa: «Signor Wilde, per favore spegnetela, sta fumando.» E lui aveva replicato simulando una punta di invidia: «Happy lamp!» (Buon per lei!)

Anni fa, nel remoto Novecento, di certi argomenti non era lecito parlare; soltanto bisbigli a mezza bocca, strategici oscuramenti sul vizio innominabile. Guai accennare all’omosessualità, al garofano verde, alla morte per lue, la terribile sifilide che corrodeva il cervello e conduceva alla follia. Un flagello paragonabile all’AIDS che dagli anni Novanta avrebbe afflitto l’umanità, una peste mandata dal Signore per punire l’amore proibito con una rabbiosa carneficina. Come se Deucalione  raccogliendo sassi da terra per popolare il mondo, avesse dovuto prima informarsi sulle tendenze sessuali nei nascituri.

Malato e immobilizzato nel letto della sua stanzaccia, intristita da un inguardabile rivestimento alle pareti, aveva commentato a un passo dal congedo: «Sto combattendo un duello mortale con questa tappezzeria. Uno di noi due dovrà sparire.» (I am in a duel to death with this wallpaper. One of us has to go”).

Sullo scrittore che con lo scandalo della propria vita ci ha traghettato sulla soglia del XX secolo, giunge ora un film anomalo, fiammante e sgangherato, tenacemente voluto e inseguito da un attore inglese che se ne sente l’erede, Rupert Everett. Sbalorditiva la sua capacità mimetica di immergersi nel personaggio, di assumerne fattezze e movenze, diventarne sembiante e caricatura. Un’empatia che sconfina in una sorta di avatar, uno scambio di identità da lasciare ammirati e perplessi. Intitolato The happy Prince, esattamente come la favola che lo scrittore raccontava ai due figli amatissimi quando, la sera, sedeva nella poltrona accanto al loro lettino: “Nella piazza giù in basso c’è una piccola fiammiferaia, disse il Principe Felice alla rondine. Ha lasciato cadere i fiammiferi nel fango, e sono tutti rovinati. Suo padre la picchierà se lei non porterà a casa un po’ di denaro. Non ha scarpe né calze, e la sua testolina è scoperta. Strappami l’altro occhio, e daglielo, così suo padre non la picchierà”.

Vecchio e malandato Wilde ripete il racconto ai ragazzi di vita che ne accompagnano gli ultimi  anni di esistenza disastrata. E gli sembra di stare ancora in teatro, di fronte al pubblico osannante che rideva piangeva e pendeva dalle sue labbra. Gli lanciavano fiori, lo idolatravano.

Una sera uno spettatore sciagurato gli lanciò addosso un cavolo marcio. Wilde lo raccolse  e incenerì l’imprudente con una battuta sferzante: «Thank you my dear fellow, every time I smell it I shall be reminded of you». (Grazie mio caro, ogni volta che lo annuserò mi ricorderò di voi).

Era talmente adorato e vezzeggiato dai potenti che quando fu chiamato in America per un giro di conferenze, gli era stato messo a disposizione un intero treno con cui muoversi a piacere da uno stato all’altro, da una metropoli all’altra.

Ruper Everett ne ha indossato i panni della stagione più infelice, forse per raccontare se stesso, forse per raccontare il destino sfolgorante e miserrimo dei diversi, proponendone quasi un’immagine cristologia di passione e di inesorabile sacrificio personale.

Dell’antica bellezza, a soli 59 anni il prossimo maggio, è restata soltanto l’altezza. Gonfio, molle, cascante, il bel Rupert è quasi irriconoscibile se ripensiamo allo snello incantatore di Another country, Ballando con uno sconosciuto, Cortesie per gli ospiti, Il matrimonio del mio migliore amico. Ma l’impeto nel recitare la grandiosità di Oscar Wilde lo travolge senza alcun riguardo al proprio narcisismo. La voluttà del disfacimento deborda in ogni direzione; si fa riprendere nudo, da dietro, una montagna di carne flaccida che entra a fatica nella vasca da bagno. O con indosso la casacca del galeotto, la testa rapata, seduto sulla panchina di una stazione di transito quando viene trasferito a marcire da una prigione all’altra; la folla lo riconosce e gli sputa in faccia, lo insulta, lo deride, lo schernisce.

Tuttavia nelle scene in cui indossa il cappello vistoso dalle ampie tese, i soprabiti di sartoria, gli eleganti completi con panciotto del dandy irriducibile, si irradia da lui una luce che risplende come un’aureola. Assistiamo allora a parentesi di lusso in alberghi sontuosi, a sequenze di morboso erotismo, in aperto debito a Thomas Mann e Luchino Visconti; e a quella Morte a Venezia di Gustav von Aschenbach che egli trasferisce su una spiaggia della Normandia, al cospetto di un simil Tadzio che il protagonista non si accontenta di contemplare castamente da lontano. Riviviamo gli smodati banchetti organizzati in pensioni ruffiane, dove bellissimi ragazzi si pavoneggiano e si possiedono in orge gaudenti e sfrenate: «Un fondoschiena veramente ben fatto è l’unico legame tra Arte e Natura».

Ma Everett  rievoca solo a tratti e solo per flash back il passato glorioso dell’artista, preferendo soffermarsi con non dissimulato compiacimento sul progressivo “cupio dissolvi”, sul finale di passione affrontato nell’esilio di Parigi, sotto un cognome di comodo. E non valgono gli ultimi lampi di splendore a riscattare una fine assai ingloriosa. I pochi amici che gli rimangono, gli amanti fedeli, lo soccorrono con la loro presenza, con il loro denaro, ma lo sdrucciolare nell’abisso è ineluttabile. Il principe felice perde via via le lamine d’oro che ne adornano la figura; una a una esse vengono donate dalla rondine indaffarata a chi ne ha bisogno. E quando finiscono rimarrà della statua il buio simulacro di piombo che nessuno più apprezza, buono soltanto per l’abbattimento e la fusione.

Nelle luride bettole il poeta, più per beffa che per ammirazione, viene issato a braccia sui tavoli perché possa ancora affabulare i suoi racconti come da un palcoscenico: ebbro, infelice ed esaltato, in una specie di delirante parodia della vita trascorsa. Fino a quando cadrà di schianto a terra trascinato dalla pesante mole, e terminerà i suoi giorni confinato nel letto di una squallida camera del tutto indegna di lui. E’ noto che Wilde chiese agli amici una cassa di champagne, che non avrebbe potuto mai permettersi, e con amarezza, avesse commentato alla sua maniera: “ Ahimé, sto morendo al di sopra dei miei mezzi”. (Alas, I’m dying beyond my means).

Ha dichiarato Rupert Everett in una intervista di lancio del film: “Se sei gay prima o poi il mondo del cinema te la fa pagare”. Dunque è anche questo sottotesto che vuole narrare la storia?  Sono stati necessari dieci lunghi anni di gestazione per realizzare il film nel doppio ruolo di interprete e regista. Nella coproduzione dell’opera è stata coinvolta anche l’Italia, con i costumi di Maurizio Millenotti, degno epigone della raffinata scuola di Pierino Tosi e di Danilo Donati. Everett ha chiamato a recitare accanto a sé eccellenti comprimari, Colin Firth, Tom Wilkinson, Emily Watson. Il risultato forse non del tutto nitido,  non sempre perfettamente a fuoco, eppure proprio questo suo aspetto sgualcito, nebbioso, arruffato e scomposto ci ispira una irrifiutabile simpatia.

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