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Hanno salvato i migranti dai libici, la Open Arms torna in mare aperto

 

La Open Arms ha “disubbidito alle autorità libiche e italiane” ma non è punibile, perché agiva in “stato di necessità”, per difendere i migranti da una situazione di pericolo. Quel pericolo nell’immediato non era il mare, la spossatezza del viaggio o lo stato logoro dei gommoni: il pericolo vero erano i libici. È chiaro il gip di Ragusa Giovanni Giampiccolo che rigettando la richiesta del pm, ha rilasciato la nave della Ong spagnola sequestrata da un mese a Pozzallo dalla procura di Catania. Un ribaltamento completo del piano accusatorio pensato dal procuratore capo etneo Zuccaro che sembra aver ingaggiato con le ong una battaglia sulla legalità della loro azione. Battaglia che ancora una volta vede vincitrici, sul campo del diritto, proprio le organizzazioni di salvataggio nel mediterraneo.

Tutto inizia il 16 marzo quando alla Open Arms viene chiesto dalla guardia costiera italiana di soccorrere alcuni gommoni al largo della Libia. Una volta a bordo i migranti informano i volontari spagnoli che poco distante ci sono altre imbarcazioni in difficoltà. Quando accolgono sulle lance anche questi migranti, arriva la guardia costiera libica, mandata dai colleghi italiani per prendere il comando delle operazioni. I libici chiedono alla Open Arms di consegnargli i migranti. Sulle lance si scoppia lo sgomento fra i migranti che supplicano di non essere consegnati ai libici. La ong spagnola prende tempo, contatta Roma, nel frattempo la motovedetta libica minaccia di aprire il fuoco sulle imbarcazioni di salvataggio se i migranti non fossero stati consegnati. Inizia un braccio di ferro che dura due ore, poi la guardia costiera libica abbandona la zona. Tutte le fasi del fronteggiamento sono documentate da una troupe televisiva catalana a bordo della Open Arms. Inizia dunque il viaggio di ritorno, con un breve passaggio per le acque maltesi, dove la Open Arms decide di non chiedere lo sbarco. Arriveranno a Pozzallo, dove sul molo si presenta la polizia per sequestrare l’imbarcazione. Il provvedimento è della procura di Catania, non di Ragusa che sarebbe territorialmente competente. Questo avviene perché il procuratore di Catania Zuccaro, responsabile dell’antimafia, ipotizza l’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un reato grave, finora mai pensato in casi simili, ma è l’unica imputazione che consente all’inchiesta di rimanere a Catania sotto la sua giurisdizione.

Ma il Gip di Catania pochi giorni dopo dà una prima botta all’impianto accusatorio. Conferma il sequestro della nave, ma nega il reato di associazione a delinquere, così il fascicolo torna a Ragusa, dove un altro gip lo smonta ancora. “Chi ha responsabilità di soccorso in mare”, scrive, “è responsabile anche di fornire un luogo sicuro sulla terra. E non può essere considerato sicuro un luogo dove vi sia rischio che la persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzione o a sanzioni o trattamenti inumani o degradanti o dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o di orientamento politico”. Seguendo le spiegazioni della ong, il gip aggiunge: la Libia è un “luogo in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani, con persone trattenute in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e ad un’adeguata alimentazione, sottoposte a maltrattamenti stupri e lavori forzati”. Per questo i migranti non andavano consegnati ai libici. Il gip rincara la dose: “non si ha notizia che in Libia si sia arrivati ad un assetto accettabile di protezione dei migranti soccorsi in mare e manca anche la prova della sussistenza un pos (place of safety, un luogo d’approdo ndr) in grado di accogliere i migranti nel rispetto dei lori diritti fondamentali”.

Questo provvedimento è letto come l’anticamera della caduta di tutte le accuse rivolte anche i tre membri dell’equipaggio, perché si rifà a quell’articolo del codice penale (54 cp) che “giustifica il reato se chi lo ha commesso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. In pratica salvare i migranti da qualunque pericolo va sopra ogni legge. Questo provvedimento dirada la nebbia fra leggi e regolamenti non sempre in accordo fra loro e traccia la strada per le ong ancora presenti nel mediterraneo. Si è arrivati a questo ribaltamento delle posizioni iniziali anche grazie al contributo di tanti giornalisti, di volontari, di associazioni umanitarie, di osservatori terzi. Della troupe di ara.cat, la tv catalana imbarcata sulla Open Arms, che ha potuto documentare le minacce dei libici, la loro aggressività e il tempismo degli avvenimenti in mare aperto. E poi grazie ai tanti giornalisti che con le loro importantissime inchieste sono andati in Libia e hanno portato alla luce le torture, le vessazioni, la completa mancanza di diritti nei campi profughi. Luoghi di inaudita violenza a cui vendono condannati tutti i migranti che finiscono nelle mani della guardia costiera libica. Una situazione intollerabile e che fingiamo di non vedere con viva ipocrisia.

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