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Alfredo Reichlin e le macerie della sinistra

 

“Non lasciamo la sinistra sotto le macerie”: come spesso capita ai grandi, e non c’è dubbio che Reichlin fosse un grande, negli ultimi giorni di vita non si preoccupava di sé e delle proprie condizioni di salute quanto della passione di sempre, della ragione stessa dei suoi novantuno anni trascorsi su questa Terra.

Alfredo Reichlin da Barletta, un anno fa. E il dolore per l’addio si mescola ai ricordi, la solitudine al pianto, l’incertezza al senso di sconfitta. E ci guardiamo intorno e ci rendano conto che non è venuto meno solo un maestro, un amico e un punto di riferimento ma anche una delle ultime coscienze critiche che ci erano rimaste. Reichlin scriveva: spesso e con enorme competenza. E negli ultimi anni la sua attenzione era rivolta soprattutto alla salvaguardia di quel bene primario che è il fronte progressista: un universo che vedeva fragile, diviso, incapace di darsi un’anima, di credere in se stesso e di difendere il proprio patrimonio storico, valoriale e civile.  Reichlin ci invitava a ragionare, a studiare, a comprendere la complessità del nuovo mondo, ad entrare a pieno titolo nel Ventunesimo secolo, lui che era ben cosciente che non lo avrebbe vissuto.

Ricordo ancora un pomeriggio del luglio 2014, una giornata cupa e piovosa, durante una riunione per la nascita di una rivista on-line partita con le migliori intenzioni e rimasta travolta, come molte altre cose, dall’arrembaggio del renzismo e dell’incapacità dell’allora minoranza dem di resistervi. Ricordo ancora che l’ottantanovenne Reichlin pose sul tavolo la questione cruciale dei giovani che emigrano, dei nostri ragazzi senza rappresentanza né sogni né prospettive. Ricordo che ero seduto accanto a lui e rimasi ad ascoltarlo in silenzio, quasi incantato. Ricordo che, sentendolo parlare, ritrovai il senso, le radici profonde e direi quasi la missione della politica e della sinistra.

Quest’uomo d’altri tempi, classe 1925, quest’uomo che in gioventù era stato partigiano, poi direttore dell’Unità, poi spedito in Puglia per punizione, in quanto filo-ingraiano e in dissenso con Togliatti, per poi tornare alla guida del quotidiano del PCI nel terribile ’77, quando molti sogni e speranze di riscossa erano ormai svaniti, questa figura umile e autorevolissima al tempo stesso parlava della contemporaneità come se dovesse viverla a lungo.

Una freschezza, un trasporto, una partecipazione emotiva, non esito a dire una giovinezza d’animo davvero sorprendenti per un uomo di quell’età, ancora desideroso di vivere, di conoscere, di scoprire, di analizzare i fenomeni sociali e di scavare a fondo, fino a comprendere il senso del nostro destino non solo come singoli ma come comunità in cammino.

Alfredo Reichlin era fatto così: un ragazzo consapevole, un sognatore coraggioso, un idealista indomito e pronto a lottare, anche da vecchio, con lo stesso ardore di quando aveva vent’anni, con la stessa umiltà che lo ha accompagnato per tutta la vita e con un’apertura mentale semplicemente straordinaria che lo induceva ad ascoltare con passione e interesse anche uno come me che da lui, con ogni evidenza, aveva tutto da imparare. Sembrava che non dovesse morire mai, sembrava che il suo serbatoio di energie fosse inesauribile e, invece, la sera del 21 marzo 2017 abbiamo appreso che il suo viaggio fra noi si era purtroppo concluso, proprio alla vigilia della presentazione del simbolo di Articolo Uno e dell’inizio di una nuova storia che altro non era, e lo scrivo con convinzione, nonostante l’esito infausto delle recenti elezioni, che un tentativo di proteggere e rilanciare i valori della sinistra, la sua funzione storica e la sua battaglia costitutiva in difesa degli ultimi e dei deboli, ora che più che mai i perdenti della globalizzazione avvertono il bisogno di un minimo di tutela e di calore umano.

Non so se riusciremo a dare concretezza ai suoi insegnamenti; quanto meno, però, abbiamo raccolto la sua sfida e guardato negli occhi la realtà di un mondo e di un Occidente in preda a tumultuosi cambiamenti dopo i quali nulla sarà più come prima, a cominciare dalle esigenze e dalle richieste dei ceti sociali più fragili.

Ciao Alfredo, con sincera gratitudine.

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