Sei qui:  / Blog / Di giornalismo si può morire

Di giornalismo si può morire

 
di Patrizia Larese

In alcuni Paesi del mondo uccidere o mettere dietro le sbarre un reporter non è un evento poi così straordinario e purtroppo neppure inusuale. Anche in Italia la vita dei giornalisti impegnati in indagini complesse è sempre più a rischio e pericolosa. Lo dimostrano gli eventi accaduti ad Ostia negli ultimi mesi che hanno visto coinvolto il giornalista Daniele Piervincenzi, aggredito e picchiato selvaggiamente da Roberto Spada. I fatti hanno acceso i riflettori sulla realtà mafiosa e malavitosa della città alle porte della capitale.

Grazie alle indagini portate avanti dalle forze dell’ordine e da reporter coraggiosi e determinati è stato possibile con 32 arresti infliggere un duro colpo al clan mafioso che gestisce i traffici illeciti del litorale romano.

Federica Angeli, cronista de “La Repubblica”, vive ormai da anni sotto scorta per le sue inchieste sulle organizzazioni criminali romane.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2013 ha proclamato il 2 novembre Giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti. La data scelta è l’anniversario dell’omicidio di due reporter francesi, Ghislaine Dupont e Claude Verlon, barbaramente uccisi in Mali nello stesso anno, mentre svolgevano il loro lavoro. Quattro anni prima più di trenta giornalisti, di cui almeno 20 donne, erano stati massacrati a Maguindanao (Filippine) nel più grave attacco mai avvenuto nel mondo contro operatori dell’informazione.

Reporter Sans Frontières (Rsf)[1] nel 2015 ha inoltrato la proposta di creare un rappresentante speciale al segretariato generale dell’ONU con delega alla sicurezza dei giornalisti. Il direttore generale di Rsf, Christophe Deloire, in un’intervista ha illustrato la richiesta[2]: “Un protettore che abbia il peso politico, i mezzi di intervento rapido e la facoltà di coordinare gli sforzi delle Nazioni Unite per la sicurezza dei giornalisti. L’obiettivo è stabilire un meccanismo concreto che rafforzi la legislazione internazionale e riduca il numero dei reporter uccisi ogni anno. Una figura resa necessaria anche dal fatto che l’adozione di diverse risoluzioni fino ad ora non ha portato a risultati concreti, se si guardano le statistiche”.

Secondo il rapporto di Reporters sans frontières, nel 2017 nel mondo sono stati uccisi 65 giornalisti.

Nel 2016 la stessa organizzazione aveva censito 79 morti. L’andamento non indica una diminuzione delle violenze in generale, ma evidenzia piuttosto che molti giornalisti hanno rinunciato a lavorare nelle parti più pericolose del mondo.

Il Paese più a rischio resta la Siria con 12 giornalisti uccisi, il Messico, sebbene non sia zona di guerra, conta 11 morti. Nella nazione del narcotraffico i cartelli della droga e i politici locali hanno imposto il regno del terrore. In Afghanistan si calcolano 9 decessi, in Iraq 8 e nelle Filippine 4.

Quando i giornalisti non vengono uccisi, si adottano altri metodi per ridurli al silenzio: leggi contro la libertà di stampa, chiusura di giornali, minacce, il carcere.

In Turchia, dopo il fallito golpe contro il presidente Recep Tayyp Erdogan (15 luglio 2016), sono rinchiusi dietro le sbarre circa 150 persone tra giornalisti, blogger e operatori dei media.

Secondo il Comitato per la protezione dei Giornalisti (CPJ – Committee to Protect Journalists) la Turchia ha superato la Cina dove i detenuti sono più di 100 ed in totale i giornalisti detenuti nel mondo nel 2017 risultano essere 262.

 

Turchia

Il 25 gennaio 2018 ad Ankara è stata rilasciata la giornalista e attivista Nurcan Bysal. Era stata arrestata dalle autorità turche per aver criticato sui social network l’operazione militare contro l’enclave curda di Afrin, in Siria. A novembre scorso Baysal, nota per le sue posizioni democratiche e pacifiste e per il suo impegno in difesa dei diritti civili, era stata in Italia, ospite del Forum delle giornaliste del Mediterraneo di Bari.

La stessa Nurcan ha annunciato su Twitter la sua liberazione, ha scritto: “Sto bene, sono a casa con la mia famiglia. Grazie a tutti per il sostegno. Auspico che vengano liberati tutti i giornalisti e gli scrittori in prigione”.

Durante il Forum di Bari aveva denunciato: “Chiunque racconti dei crimini perpetrati viene censurato, perseguito, rinchiuso in prigione. Chiunque sia dalla parte della verità viene accusato di essere un terrorista, di fare propaganda terroristica. Dopo il tentativo di colpo di stato del luglio 2016, terrorismo è la parola più diffusa per far tacere le opposizioni, la stampa, gli attivisti, gli scrittori”.

Nel dicembre 2017 a Istanbul è stata rimessa in libertà, dopo otto mesi di detenzione nella prigione femminile di Bakirkoy, la giornalista turco-tedesca Mesale Tolu. La traduttrice per la redazione esteri dell’agenzia di stampa Etha era in carcere da maggio con l’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica di estrema sinistra, l’MLCP (Marxist-Leninist Communist Party). In prigione con lei anche il figlio di soli tre anni. Mesale Tolu ha sempre rigettato con forza l’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica. Scende così a 9 il numero di cittadini tedeschi detenuti nelle carceri turche per motivi che Berlino ritiene puramente “politici”. Tra questi, il corrispondente del quotidiano Die Welt, Deniz Yucel, in carcere da un anno, nonostante gli interventi della cancelliera Angela Merkel, del leader dell’opposizione Martin Schulz, e le pressioni dei più grandi quotidiani europei.

Asli Erdogan, tra le più note ed apprezzate scrittrici turche nel mondo, sta aspettando il processo che entro marzo la vedrà protagonista, suo malgrado. Asli è una coraggiosa testimone della resistenza alla persecuzione e alla barbarie.

La giornalista racconta da decenni la condizione delle donne e denuncia la guerra sporca combattuta contro i curdi. Nell’estate del 2016 viene arrestata per la sua collaborazione con il… Continua su confronti

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE