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Bahrein, cinque anni di carcere per aver usato Twitter

 

Mercoledì scorso in Bahrein è stata emessa una vergognosa condanna a cinque anni di carcere nei confronti del noto difensore dei diritti umani Nabil Rajab. Rajab è stato giudicato colpevole di aver pubblicato, nel 2015, tweet e retweet riguardanti la tortura nelle prigioni del Bahrein e l’uccisione di civili nel conflitto dello Yemen a opera della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, è regolarmente perseguitato per il suo impegno pacifico in favore dei diritti umani: dal 2012 è entrato e uscito dal carcere più voltea causa del suo attivismo pacifico. Dal novembre 2014 gli è vietato lasciare il Paese. Questa condanna si aggiunge a quella, già in corso, a due anni di carcere inflittagli per aver rilasciato interviste televisive sulle violazioni dei diritti umani nel Bahrein. A carico di Rajab ci sono ulteriori procedimenti in corso.

Il 4 settembre 2016 il New York Times ha pubblicato un editoriale a firma di Rajab relativo alla situazione dei diritti umani in Bahrein e al processo in corso ai suoi danni. Il testo invitava inoltre l’amministrazione Obama a usare la sua autorevolezza per risolvere il conflitto dello Yemen. Il giorno dopo, Rajab è stato interrogato e incriminato per “diffusione di notizie e dichiarazioni false nonché di voci tendenziose che mettono in pericolo la sicurezza dello stato”. La data del processo non è stata ancora fissata.

Il 19 dicembre 2016 Le Monde ha pubblicato un nuovo testo a firma di Rajab. Due giorni dopo, è sopraggiunta l’accusa di “diffusione di notizie e dichiarazioni false nonché di voci tendenziose che mettono in pericolo il prestigio del Bahrein e i Paesi fratelli del Consiglio di cooperazione del Golfo e cercano di danneggiare le relazioni reciproche”. La procura sta ancora indagando e non è chiaro se Rajab verrà formalmente incriminato.
Il 12 settembre 2017 la procura antiterrorismo ha interrogato Rajab in merito a commenti e immagini postati sugli account gestiti per suo conto nel gennaio dello stesso anno. Una di queste immagini, su Instagram, riguardava il re del Bahrein ed era accompagnata da un versetto del Corano e dalla domanda se il sovrano ritenesse che “nessuno ha potere sopra di lui“. Su Twitter erano stati postati commenti sulla mancanza di cooperazione delle istituzioni nazionali e un invito a protestare contro tre esecuzioni capitali.

Rajab ha respinto le accuse di “incitamento all’odio contro il regime”, “incitamento a disobbedire alla legge” e “diffusione di notizie false”. Il processo potrebbe iniziare da un giorno all’altro.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

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