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La fatica di votare

 
Sarà faticoso, questa volta, andare a votare. Faranno fatica “i ragazzi del ‘99”, evocati dal presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno, ma anche chi ha sempre considerato il voto una conquista, un diritto, un dovere. Faremo fatica a votare perché la nuova legge elettorale, confusa, contraddittoria, masochista e inconcludente, ci ha reso quasi superflui. Faremo fatica perché questa campagna elettorale è troppo breve per qualsiasi ragionamento un po’ più serio e produce solo bugie e promesse mirabolanti, nella totale assenza di analisi più approfondite per provare a governare questo paese. Tutti promettono di tagliare qualcosa, dal canone Rai (Renzi) alle tasse universitarie (Grasso), dalle tasse tout court (ovviamente Berlusconi), all’abolizione della legge “Fornero”, jobs act e obbligo di vaccinazione (Salvini), fino a tagliare un po’ tutto e tutti (M5S), senza spiegare se è sostenibile questa orgia di tagli. Intanto si diffonde un vago profumo di medioevo, diffidente nei confronti della scienza e delle sue procedure troppo lunghe e complesse.
Meglio la scorciatoia “magica” di fare promesse al vento per riempire la pancia rumorosa di un elettorato formato dentro l’approssimazione rancorosa dei social media o ammuffito dentro la televisione.
Dentro questo contesto emerge, di nuovo, l’ottuagenario Silvio Berlusconi, sempre eguale a se stesso, un po’ affaticato per l’età,  eternamente trionfante nel suo macroscopico conflitto d’interessi, che si autoproclama “presidente” nei suoi manifesti elettorali, anche se la condanna definitiva per frode fiscale lo rende incandidabile.
Ma ci sarà qualcuno, in questa Italia senza memoria e con poca speranza, che si ricorda i rischi che ci ha fatto correre o di quando raccontava barzellette oscene sulla Shoà? Pare di no. Quasi quasi, pensano in molti e i sondaggi lo confermano, dopo che Renzi, ingolfato su se stesso, sembra uscito dalla competizione per il podio più alto, il vecchio Berlusconi è l’unico che può arginare l’incognita 5 Stelle, che cambia idee su tutto e mette a disposizione solo la propria imbarazzante e “innocente” incompetenza. E allora, penseranno in molti, perché andare a votare se i sondaggi hanno già deciso tutto, se la legge elettorale garantisce l’ingovernabilità, se le forze politiche sembrano incapaci di immaginare un’ipotesi di futuro?
Eppure basterebbe un po’ di buona volontà e di generosità, almeno in quel che rimane del centrosinistra, per darci un po’ di speranza. Non chiacchiere, ma analisi, proposte e soluzioni, senza recriminazioni e oltre le cattiverie ed antipatie dei vecchi e nuovi notabili.
In realtà, sommessamente, Paolo Gentiloni ci sta provando, ma siccome non strepita e non promette, non “buca” il muro della chiassosa comunicazione elettorale. I numeri dell’Istat gli danno ragione, anche se nel leggerli dobbiamo restare prudenti e un po’ diffidenti. Qualcosa, nonostante non avesse i voti, è riuscito a fare. Pare sia destinato a governare per inezia, dopo le elezioni, ma non è di questo che ha bisogno l’Italia per uscire davvero dalla crisi e liberare le enormi energie che ha dentro di sé. Il suo governo, direbbe Pangloss, è il migliore che abbiamo a disposizione, anche se dovrebbe liberarsi da un Ministro della Pubblica Istruzione che incespica nei superlativi e da una sottosegretaria inutile e dannosa.
Gentiloni è serio, affidabile, misurato e forse potrebbe raccontarci come investire davvero nella scuola, come valorizzare le intelligenze e la cultura, come dare qualità e garanzia al lavoro, soprattutto ai giovani, come rendere competitive le industrie che se lo meritano, come rendere la giustizia meno contraddittoria e ferraginosa, la burocrazia meno ottusa e come aggredire l’enorme evasione fiscale.
Così, al di là degli slogan, forse potremmo essere davvero tutti un po’ più liberi ed uguali.
Se il sussurro di Gentiloni diventasse un po’ più forte e chiaro, allora, chissà, forse si potrebbe trovare l’energia sufficiente per andare a votare al fianco dei “ragazzi del ‘99”.

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