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IL CASO BRUMOTTI. IL GIORNALISMO SEDUTO E QUELLO “ON THE ROAD”

 
Per i suoi servizi sullo spaccio, che dimostrano la possibilità di fare buona informazione in tv, l’inviato di Striscia la Notizia è stato aggredito 8 volte in due mesi

C’era una volta il giornalista della carta stampata, colto, fascinoso, garantito nei diritti, protetto e sostenuto dall’editore, invitato nei migliori salotti borghesi, ma soprattutto temuto e rispettato dall’opinione pubblica e dalla politica.

C’è invece oggi il giornalista moderno, precario, senza editore, scansato dalla politica e dai cittadini con malcelato fastidio.

Non c’è dubbio che parte della colpa di questa degradazione della funzione giornalistica sia da attribuire al giornalismo stesso, che negli anni si è seduto sugli allori, ha cercato apparentamenti nelle stanze del potere, ha inseguito il facile profitto pubblicitario con tutti gli indicibili compromessi che questo ha comportato e, a un certo punto, ha sfondato il video della televisione mostrando il volto peggiore del giornalismo che conosciamo oggi: spettacolare, aggressivo, spesso cinico e impietoso. Tutto questo ha generato antipatia e sospetto presso i cittadini i quali, da un po’ di tempo a questa parte, ritengono di poter picchiare impunemente un giornalista, solo perché ha osato fare bene il suo lavoro. Perché tanto si sa, i giornalisti se le vanno a cercare e quindi se le meritano.

Occorre anche dire, però, che da qualche tempo a questa parte il giornalismo televisivo ha alzato molto il suo livello di qualità e utilità sociale, e ha trovato un nuovo punto di equilibrio tra etica professionale e spettacolarizzazione dell’informazione, purtroppo non rinunciabile nei prodotti televisivi.

Il caso di Brumotti di Striscia la Notizia (Leggi) è emblematico. Il suo prodotto giornalistico è valido, è utile, tanto da sostituirsi a ciò che dovrebbe essere compito delle forze dell’ordine. Eppure è stato pesantemente aggredito due giorni fa a Napoli per la sesta volta in due mesi.

La triste verità è che Brumotti, non di meno di Daniele Piervincenzi (aggredito da Roberto Spada) paga sulla sua pelle, speriamo dura, le conseguenze sociali della irreversibile delegittimazione in cui è caduta la professione giornalistica. La magistratura darà certamente segnali concreti di risposta, ma il giornalismo non deve cadere nel vittimismo. Deve continuare a recuperare terreno e credibilità attraverso l’abbandono degli errori che ha commesso in passato e, soprattutto, attraverso l’informazione di qualità, che anche in ambito televisivo è ancora possibile.

L’avvocato Andrea Di Pietro è il coordinatore dell’Ufficio di Assistenza Legale di Ossigeno per l’Informazione

ADP

Da ossigenoinformazioni

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