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Il “budget oscuro” tra cooperazione e migrazione. Se i fondi restano in Italia

 

I fondi sulla carta destinati a promuovere lo sviluppo di paesi poveri in realtà rimangono in Italia, destinati all’accoglienza migranti. Parte delle spese utilizzate anche per l’esternalizzazione delle frontiere. La denuncia di Oxfam e Openpolis

ROMA – Crescono le risorse per l’aiuto pubblico allo sviluppo in Italia e in Europa. Le cifre, anno dopo anno, registrano un aumento costante. Ma cosa si finanzia esattamente con questi fondi, e quanto arriva nei paesi più poveri? Ad indagare il budget oscuro tra cooperazione e migrazione, è un lavoro di analisi, realizzato da Openpolis e Oxfam. Le due organizzazioni hanno deciso di fare i conti dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano (aps), incrociando un altro capitolo della spesa pubblica, quello per l’emergenza migranti, definito nel documento di economia e finanze (def) del 2017. Se infatti sempre più spesso si parla di “trasferimento di risorse e mezzi in paesi e aree ancora in difficoltà”, da alcuni anni una quota crescente di aps rimane nei paesi ricchi, dove viene usata per gestire l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Questa quota di aiuto sta letteralmente esplodendo: i fondi sulla carta destinati a promuovere lo sviluppo di paesi poveri in realtà rimangono in Italia.

L’aiuto gonfiato e il problema della trasparenza. Nel rapporto vengono analizzate da un lato le risorse per l’aiuto pubblico, composte da una quota sempre maggiore di risorse per l’accoglienza dei rifugiati. Dall’altro lato le stime fornite nel def 2017 per la gestione dell’intero fenomeno migratorio, comprensivo di richiedenti asilo e rifugiati, e di tutti gli altri migranti. I due consuntivi di spesa hanno in comune la voce “accoglienza” e dovrebbe essere possibile metterli in relazione. “Negli ultimi anni è cresciuta la spesa per l’aiuto pubblico allo sviluppo – spiega Francesco Petrelli, senior policy  advisor di Oxfam Italia – lo abbiamo evidenziato come elemento positivo ma guardando anche alle criticità, va analizzata infatti sia la quantità che la qualità dell’aps. Secondo il dato finale uscito dal comitato di sviluppo dell’Ocse il 3 gennaio, in Italia si arriva allo 0,27 per centro del Pil per l’aiuto allo sviluppo,un dato che è in linea con l’impegno intermedio, già sottoscritto, per raggiungere lo 0,30 entro il 2020. Quello che abbiamo fatto, però, è andare a guardare cosa c’è dentro questo aiuto, applicando il principio dell’aiuto gonfiato e dell’aiuto autentico”. In particolare, in Italia, una fetta importante delle risorse (35 per cento) finisce sotto la voce spesa per i rifugiati. “Si tratta di una partita da 6,6 miliioni di euro – continua Petrelli – bisogna quindi vederci chiaro. Ma non sempre è possibile perché non tutti i dati sono trasparenti. Inoltre, una parte dell’allocazione delle risorse è sicuramente giustificabile, mentre un’altra parte è discutibile. Ad esempio i fondi per il search and rescue sono legittimi ma se effettivamente la nave fa salvataggio in mare e non controllo delle frontiere. Lo stesso vale per l’accoglienza: si possono giustificare una parte delle risorse per la prima accoglienza, durante il periodo limitato della richiesta d’asilo, cioè entro i primi 12 mesi. Il problema di fondo – spiega ancora Petrelli – è che questi soldi vengono spesi in Italia, non arrivano mai ai paese più poveri. E’ un sistema a scatole cinesi: c’è una parte delle spese che resta qui, e che è difficile leggere in maniera chiara e trasparente”.

A livello mondiale nel 2016 il volume dell’aps ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011). Rispetto al 2015 l’Italia ha incrementato del 13 per cento le risorse e nel 2016 arriva a destinare all’aps 4 miliardi e 476 milioni di euro. Con l’esplosione dei costi per i rifugiati, aumentano però in modo considerevole i soldi che rimangono nei paesi donatori, tra cui l’Italia, mentre diminuisce costantemente la quota di risorse che raggiunge i paesi più poveri (in gergo i paesi ldcs, least developed countries). I fondi dei paesi Ue destinati ai paesi ldcs passano da 9,7 miliardi di euro del 2011 a 8,5 miliardi nel 2016. I fondi italiani per i paesi ldcs diminuiscono del 71%. Negli stessi anni i fondi dei paesi Ue non allocati geograficamente – voce di bilancio composta in gran parte dai costi per l’accoglienza dei rifugiati – passano da 9,2 miliardi di euro del 2011 a 20,8 miliardi di euro nel 2016. Nel nostro paese l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4 per cento solo nell’ultimo anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’aps totale, per arrivare al 35% nel 2016.

Il caso emblematico del fondo Africa: interventi in Niger, Tunisia e Libia per il controllo delle frontiere. Il fondo Africa è stato dotato per il 2017 di 200 milioni di euro, ma per Oxfam e Open polis rappresenta una vicenda emblematica per la contiguità stabilita ufficialmente tra cooperazione, controllo delle frontiere e aspetti militari. Dei fondi totali sono stati rendicontati solo 143 milioni di euro e comprendono anche interventi militari. Il Niger riceve il 48 per cento di queste risorse, seguito dalla Libia a cui va il 29%. Tra gli interventi in apparenza di tipo militare si segnalano i 12 milioni di euro destinati alla Tunisia per la manutenzione di motovedette, rimpatri celeri e formazione di polizia di frontiera. “Il Fondo speciale Africa per noi era una  bella novità, anche se dall’inizio abbiamo evidenziato delle criticità come la mancanza di continuità, che è uno degli elementi di efficacia dei progetti di aiuto allo sviluppo – spiega ancora Petrelli -. Inoltre, nel decreto esecutivo si parlava di relazioni trimestrali sul fondo. In realtà i primi dati li abbiamo avuti grazie alle interrogazioni parlamentari di Lia Quartapelle, e alle risposte del sottosegretario Della Vedova. Il problema non sono solo i fondi dati per le motovedette – aggiunge il responsabile di Oxfam – ma che il fondo non sia utilizzato per programmare buone pratiche su immigrazione e sviluppo. Buona parte di questi 140 milioni di euro sono spese per fare gestione delle frontiere e non per iniziative di qualità di aiuto allo sviluppo”. Alla luce di questa analisi Openpolis ed Oxfam chiedono che gli impegni presi in tema di cooperazione vengano mantenuti a livello quantitativo e che “sul piano della qualità e dell’efficacia che ci sia progressivo percorso finalizzato all’azzeramento dell’aiuto gonfiato. E che tutti i dati siano trasperenti e chiari”. (ec)

Da redattoresociale

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