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La responsabilità globale del ‘deserto esistenziale’ de “L’infanzia nelle guerre del Novecento” di Bruno Maida (Giulio Einaudi Editore, 2017)

 

Come si è potuto credere che dopo la firma degli accordi che decretavano la fine dei conflitti l’unica cosa che rimaneva da fare era la ricostruzione post-bellica dei territori devastati? Come si può pensare che la devastazione della guerra non abbia modificato e compromesso per sempre coloro che l’hanno vissuta in prima persona, maggiormente se bambini e bambine? Come ci si può illudere che una guerra non porti dei ‘cambiamenti’ a livelli globale? Intere etnie sterminate, popoli distrutti, traumatizzati, sfollati, costretti a spostarsi, a migrare… E soprattutto come è potuto accadere che tutto questo sia sempre rimasto fuori dai libri di storia?

Basterebbe solo un’attenta riflessione sulle risposte a questi interrogativi per comprendere l’importanza e la portata di un lavoro di ricerca e studio come quello condotto da Bruno Maida ne L’infanzia nelle guerre del Novecento, edito quest’anno dalla Einaudi. Ma c’è molto altro nel testo. C’è quello che, purtroppo, spesso non si ritrova nei libri di storia. Una ricerca documentaria dettagliata, uno studio accurato delle fonti, prontamente citate, una descrizione lucida e imparziale di fatti e conseguenze, uno sguardo all’intero pianeta e a quello che vi accade, scartando la visione e la descrizione troppo occidentale che spesso condiziona anche saggistica e storiografia.

Un libro imponente il testo di Maida sui disastri causati dalle guerre del secolo scorso e di quello appena iniziato. Una grandezza che non si misura con il numero delle pagine. Un resoconto importante che ‘costringe’ il lettore a considerazioni sul fatto che vedere «un bambino con un fucile in mano è un’immagine che non possiamo interrogare senza mettere in discussione noi stessi e le nostre responsabilità». Si chiede Maida se rendere visibile anche il più piccolo e feroce segno della guerra non sia «l’ultimo spazio possibile di narrazione per suscitare un sussulto etico» da parte di chi in Occidente è «ormai ‘dimitrizzato’ da ogni immagine di violenza» e si preoccupa invece «per gli spostamenti di popolazione che quelle guerre possono procurare».

I bambini che hanno combattuto, che hanno conosciuto solo la guerra come condizione di vita, «spesso non vogliono la pace» e non perché abbiano qualcosa in contrario, «è che proprio non la conoscono, in fondo la temono anche un po’». La ‘temono’ come qualsiasi altra cosa sconosciuta. Vivono in un vero e proprio «deserto esistenziale» fatto di mancanze. Privi di famiglia, genitori, affetti e affetto, senza scuola né istruzione… privati di tutto hanno imparato a conoscere e riconoscersi solo nella guerra, nella violenza e nelle armi. Per loro spesso «tornare a essere bambini», semplicemente non è possibile.

L’umanità non è l’alternativa alla guerra, ma «la condizione imprescindibile con la quale dobbiamo misurarci», il confine insuperabile che dovrebbe «definire il nostro rapporto con la polarità pace-guerra». E se la guerra rimane «il gioco più pericolosamente seduttivo», il ‘tirocinio’ che «ogni società in ogni epoca si è preoccupata di realizzare», alla pace anche se non si può giocare la si può sempre «insegnare». Ed è ciò che andrebbe sempre fatto.

Il testo di Bruno Maida L’infanzia nelle guerre del Novecento è quasi rivoluzionario nel genere perché non rappresenta un libro sulla memoria bensì un saggio storico sull’azione e sulla reazione alle «fratture profonde» che ogni guerra lascia in chiunque ne faccia esperienza e lo fa in riferimento a un periodo storico particolare, nel quale «all’affermarsi e al diffondersi di un sistema di protezione nazionale e internazionale per i civili nei contesti bellici» è corrisposto un progressivo e crescente «coinvolgimento diretto e indiretto dell’infanzia».

L’infanzia nelle guerre del Novecento è un libro di storia chiaro, imparziale, descrittivo e analitico, basato su fonti e documenti certi. Un libro assolutamente da leggere.

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