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Giorgio Strehler e la Milano che sognava

 

Aveva settantasei anni Giorgio Strehler quando ci disse addio il giorno di Natale di vent’anni fa. Un dolore enorme, un vuoto spaventoso nel nostro panorama artistico ma, soprattutto, la perdita di uno degli ultimi simboli di una Milano che purtroppo non c’è più. Dire Strehler, infatti, era come dire Gaber, Fo, Jannacci o, per essere più corretti, era come stilare un elenco di personaggi speciali che rendevano la capitale morale un modello per il resto d’Italia. Molte cose sono cambiate da allora, di quella Milano è rimasto poco o nulla e delle atmosfere tipiche di Strehler si è quasi persa traccia; fatto sta che la sua grandezza d’animo, la sua genialità, le sue intuizioni e quello stile, sobrio e meneghino, proprio di una certa stagione oggi quasi misconosciuta, restano un faro per chiunque voglia provare a ricostruire un senso di comunità, ispirandosi ai punti di riferimento dell’Italia migliore.

Quella di Strehler, del resto, era la Milano che sognava: la Milano della crescita, dello sviluppo, del benessere, di un socialismo vero e non ancora contaminato dalle tangenti, della poesia e dell’arte, della meraviglia e della solidarietà, del buon calcio e della capacità di porsi anche come faro culturale per il resto del Paese. Un triestino che a Milano trovò il palcoscenico ideale per esprimersi, il Piccolo Teatro e la sua magia, la sua passione politica e civile, il suo coraggio, il suo bisogno di raccontare e  il suo gusto per la vita: Giorgio Strehler era questo e molto altro ancora.

Asseriva: “… io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, uomo politico e no, civile e no, ideologo, poeta, musicista, attore, pagliaccio, amante, critico, me insomma, con quello che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia vita. Poco so, ma quel poco lo dico…”.

Quanto ci manca la sua raffinata gentilezza!

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