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La tragedia di un uomo “ridicolo”

 

Al Teatro Eliseo “Un borghese piccolo piccolo”, tratto dal romanzo di Cerami, già portata sugli schermi da Mario Monicelli, una solida trasposizione guidata da  un eccellente Massimo Dapporto,

“Pensa solo al tuo avvenire, che gli altri si impicchino!”- suggerisce il protagonista del dramma allo sprovveduto figliolo ‘allevato’ all’angusto avvenire del (mitico) posto-fisso, ad inizio dei tragici accadimenti che avranno un epilogo di sangue e di dolore non alleviato né da catarsi, né da alcuna acquisizione di coscienza. Probabilmente la chiave (e l’attualità) di “Un borghese piccolo piccolo” sta  in questa micidiale enunciazione paternalista.

Già al suo apparire (1977), il film che Mario Monicelli, coadiuvato dal  maestro di sceneggiatura Sergio Amidei (desumendo il soggetto dal romanzo di esordio di Vincenzo Cerami) fu ritenuto (dai più avveduti, Italo Calvino per primo) un percorso crudele, un emblematico “attraversamento” e  torvo calvario  nel ventre di una Roma- caput mundi di una promiscua accumulazione di forza-lavoro legata ai servizi ed all’impiego terziario “feroce, fescennino, urbanisticamente invivibile”(Bruno Zevi). Dopo il bluff del ‘benessere rateale’ anni sessanta -e  con tanti, inascoltati preavvisi che proprio il cinema aveva intravisto, da “Il sorpasso” a “Una vita difficile”, da “Il boom” a  “Made in Italy” a “I mostri”.

Come enucleare il significato e la ‘necessità’ dell’allestimento (consonante alla lezione filmica)? Considerandolo, al di là della triste concatenazione degli eventi, l’ indagine “molecolare” di un microcosmo untuoso,  inselvatichito e neo darviniano, ove il processo di omogeneizzazione sociale, e  comportamentale si compie (e si immiserisce) in totale assenza di minimi valori etici, relazionali- che non siano lotta becera, umiliante, obnubilate per una sopravvivenza che sfocia parimenti in morte: fisica e morale. De profundis, quindi, di una piccola borghesia impiegatizia, fuligginosa che non si avvede minimamente di percorrere un viadotto di degrado, egoismo spicciolo, “personali orticelli” appestati dall’ignoranza e dalla compiacenza di viverla nella misura più infima (anche esteticamente). Terreno di meschina coltura (e sub.cultura)  “quando l’angustia mentale va in crescita esponenziale con la più  derelitta ma inscaltrita umanità disumanizzata” (annotava Di Giammatteo).

E nel quale si trova ad agire, a concentrare ogni suo sforzo tal Giovanni Vivaldi, ministeriale poco graduato che, alla vigilia della pensione, ripone ogni speranza nel passare il “testimone” all’indarno e già plagiato figliolo. Salvo vederselo accidentalmente ammazzato quando la certezza dell’assunzione è già in tasca (concorso taroccato, previo adesione ai più infimi ranghi d’una massoneria ‘de noantri’)- dunque scatenando in lui la più ottusa ed efferata delle vendette (istintive e mal progettate).

Dovendosi confrontare con i sacri-modelli di Alberto Sordi e di tutto uno staff di interpreti in stato di grazia (il compianto Crocitti, l’ineffabile Valli, pur in uno spregevole cammeo, la grande Shelley Winters, nel ruolo della madre paralizzata) l’allestimento di Fabrizio Coniglio ha l’intelligenza di imporre alle vicissitudini il paradigma di un’attualità (amarissima) rafforzata dalla tossicità (esistenziale, economica) dei tempi in corso.  Ripartita  in tre diverse, scarne ambientazioni (dal capanno in riva al lago dove padre e figlio andavano a pescare, all’interno della casa della famiglia Vivaldi, fino alla stanza del capo ufficio al ministero, ed utilizzando la platea per alcune scene in movimento) la versione scenica è densa di specifiche scansioni temporali, tempra dialettica e repertorio di bassi umori: dal grottesco all’involontariamente buffo-patetico.

Assimilando, anche qui,  una specifica lezione della commedia cinematografica italiana, quando (a metà degli anni settanta) si snellì di comicità sorgiva e acquisì i timbri e tonalità dell’abietto-quotidiano – come nei casi de “Lo scopone scientifico” di Zampa e “Brutti, sporchi e cattivi” di Scola, che accompagnano il film Monicelli in una ideale triade della “costruzione con cui familismo, qualunquismo, egoismo transitano dalla normalità del quotidiano al’orrore del taratologico, dell’uomo-bestia’”.

Eccellente e coraggiosa inoltre la prova attorale di Massimo Dapporto (sorta di ‘faina’ aggressiva, dimessa, sottomessa secondo le ‘necessità), coadiuvato da un gruppo di comprimari credibili e di misurata energia: da Susanna Marcomeni (la moglie) a Matteo Francomano (il figlio), da Roberto D’Alessandro (il capufficio) a Federico Rubino (l’omicida che verrà ‘giustiziato’). Dal cialtronesco al cinico, dall’ipocrita allo sguaiato, dal disperato al disperante “Un borghese piccolo piccolo” tocca con apprezzata sobrietà e senza usare l’indice dell’”accusa” tutti i registri, i ‘canoni inversi’ di una italica tregenda pullulante di “uomini ridicoli”, ma ottusi ed efferati”

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Un borghese piccolo piccolo

tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami
con Massimo Dapportp, Susanna Marcomeni, Roberto D’Alessandro, Matteo Francomano, Federico Rubino
scene Gaspare De Pascali
costumi Sandra Cardini
disegno luci Valerio Peroni
musiche originali Nicola Piovani
adattamento e regia Fabrizio Coniglio
produzione Pietro Mezzasoma   Teatro Eliseo di Roma  

(da fine novembre in tounée nazionale)

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