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Tra Eva e Maria. La questione di genere nella nuova edizione dei Testi dell’Agenda Latinoamericana

 
di Claudia Fanti

Non è, quello della questione di genere, solo un tema di estrema attualità, un tema che scuote l’opinione pubblica e agita il dibattito politico, ma è, soprattutto, un tema che riguarda «il fondamento stesso della nostra condotta sociale: dei modelli o paradigmi nei quali ci troviamo collocati, anche senza saperlo; di quei principi filosofici, di quei costumi e di quei simboli antichi, perfino ancestrali, che non abbiamo scelto, ma che abbiamo semplicemente ereditato e che sono ancora lì, operando nel più profondo della nostra coscienza»: è dunque a tale questione che Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil hanno voluto dedicare, «senza più indugio», l’ultima edizione dell’Agenda latinoamericana (e mondiale), opera aconfessionale, ecumenica e macroecumenica da essi ideata nel solco dell’educazione popolare liberatrice dell’America Latina intesa come continente spirituale (www.latinoamericana.org) e che i curatori italiani (l’associazione CasaTerra e il Gruppo America Latina dell’Associazione Sant’Angelo Solidale Onlus) hanno deciso, anche quest’anno, di trasformare in libro: Giustizia di genere. Una nuova visione. I testi dell’Agenda Latinoamericana (il libro, il cui ricavato andrà in massima parte a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, può essere richiesto a CasaTerra, tel. 06/2592593, e-mail: infocasaterra@gmail.com).

Una riflessione, quella sul genere, che non poteva più aspettare, dinanzi alla necessità più che mai impellente di analizzare la costruzione socioculturale del patriarcato, i modi in cui sono state costruite le identità femminili e maschili nel tempo, nella storia e nella cultura, i condizionamenti esercitati fin dalla più tenera età. E, di conseguenza, di riconoscere anche altre forme possibili di famiglia, di promuovere il rispetto verso tutte le persone, di combattere gli stereotipi, l’omofobia, la violenza di genere: quella, fisica o psicologica, di cui una donna su tre tra i 16 e i 70 anni sarà vittima nell’arco della propria vita e quella legata a norme che violano o limitano la libertà e ai tentativi di imporre ruoli fissi e precostituiti. Una violenza che, come evidenzia Nancy Cardoso, «deve essere riprodotta, attualizzata, ripetuta in maniera da perpetuare quei modelli patriarcali che sostengono il potere delle minoranze». Una violenza a cui si ricorre quando i meccanismi di persuasione e sottomissione volontaria si rivelano impotenti a piegare la volontà delle donne: «Quando una donna dice “no” – sottolinea ancora Cardoso -, un allarme nell’ingegneria sociale attiva quelle forme di violenza dirette a ripristinare la normalità».

Si tratta, allora, come evidenziano gli autori e le autrici del libro, di un tema di oppressione/liberazione – una dimensione verso cui la spiritualità della liberazione latinoamericana ha sempre mostrato una particolare sensibilità -, di «una questione di giustizia» che non riguarda solo il genere femminile, ma ogni tipo di orientamento affettivo e sessuale, tenendo sempre ben presente che, essendo il genere una costruzione culturale, è naturalmente soggetto al cambiamento, perché, come evidenzia María López Vigil, «tutto ciò che si costruisce si può disfare per ricostruirlo di nuovo».

Una questione che interpella anche, e forse in maniera particolare, le Chiese – in larga parte ancora prigioniere di una teologia patriarcale che, come denuncia Teresa Forcades, considera le donne «meno adatte degli uomini a rappresentare o interpretare il divino» – e in maniera particolarissima la Chiesa cattolica. Quella Chiesa che continua a considerare “contro natura” generi e orientamenti diversi dalla norma generale, affermando che l’”ideologia di genere” è un male, un’arma per distruggere il matrimonio, come se la natura fosse, rileva José Arregi, «un meccanismo di codici chiusi» alla stregua del Diritto Canonico: «Nulla – scrive – vi è di più innaturale, e anti-divino, delle idee e delle norme delimitate, soprattutto quando vengono giustificate nel nome di Dio o della Vita», in quanto «naturale e divino è accogliere e prendersi cura di ogni bambino, giovane o adulto così com’è, perché voglia e possa essere realmente ciò che è». Quella Chiesa, ancora, i cui dogmi mariani, a cominciare da quello della verginità di Maria, hanno prodotto, come sottolinea ancora María López Vigil, «uno degli immaginari religiosi più contraddittori sulla “Donna”»: «Non abbiamo ripetutamente sentito dire – afferma nel suo contributo – che la donna ideale è stata quella sottomessa, quella che, come vergine, è stata scelta per essere la madre di Dio? E che la donna proscritta è quella ribelle, quella che peccando ha aperto le porte del male nel mondo, la madre di tutti gli umani?». Cosicché, «in un modo o nell’altro, detto o non detto, tra Maria ed Eva abbiamo collocato tutte le donne».

Del resto, l’intera nostra cultura cristiana si è plasmata a partire dall’immagine di un Dio maschile che regge la sua creazione dall’alto e da fuori. Un Dio che ha soppiantato la grande Dea Madre, impegnata, come ricorda José María Vigil, a dare la vita «dall’interno dell’universo come un tutto organico, sacro e vivo», di cui sono parte «come suoi frutti, come suoi figli, come parte integrante dei suoi processi, gli esseri umani, la terra, le piante, tutti gli esseri viventi». Finché, con l’ascesa di un dio padre, la divinità non viene estirpata e separata dalla natura, diventando «puramente spirituale, immateriale, supremamente intelligente e razionale, pienamente maschile, onnipotente, in grado di mettere ordine nel caos femminile imprevedibile della natura». Con il risultato che la realtà di fronte a cui si trova l’essere umano resta scissa in un dualismo terra/cielo, natura/Dio. E con la conseguenza che ha colto in maniera mirabile la ministra protestante Judith van Osdol quando ha affermato che «le chiese che immaginano o rappresentano Dio come un maschio devono farsi carico di questa immagine come un’eresia. Perché là dove Dio è maschio, il maschio è Dio…».

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