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Pena di morte. Oggi la Giornata mondiale per chiederne l’abolizione

 

Oggi, 10 ottobre, si celebra la XV Giornata mondiale contro la pena di morte, un’occasione per chiedere a quella minoranza sempre più isolata di stati che ancora ricorrono alla pena capitale di unirsi alla tendenza abolizionista globale.
Sono passati 40 anni dall’adozione della Dichiarazione di Stoccolma, il primo manifesto abolizionista internazionale. A quell’epoca, solo 16 stati (otto in Europa e altrettanti nelle Americhe) avevano abolito completamente la pena di morte, nelle leggi o nella prassi. Quel numero ora è salito a 105. Altri 36 stati hanno abolito la pena capitale per i reati ordinari o ne hanno di fatto sospeso l’uso pur mantenendola in vigore.
La domanda, da tempo, non è più se la pena di morte verrà abolita, ma quando verrà abolita.
Nel 2016 solo 23 stati hanno eseguito condanne a morte e un piccolo gruppo di essi (Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan) sono stati responsabili della stragrande maggioranza delle esecuzioni. Anche alla fine di quest’anno, quei cinque stati avranno eseguito oltre il 90 per cento delle condanne a morte. Negli Usa, le esecuzioni saranno più dello scorso anno e questa è una brutta notizia.
La Giornata mondiale di quest’anno approfondisce il legame tra pena capitale e povertà. Le ricerche di Amnesty International mostrano infatti che le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli sono colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario. Queste persone difficilmente possono permettersi una difesa efficace. La capacità di affrontare il sistema giudiziario dipende anche dal livello di alfabetizzazione e dalla disponibilità di reti sociali influenti cui affidarsi.
Una delle situazioni più drammatiche si registra in Arabia Saudita, dove il 48,5 per cento delle esecuzioni registrate da Amnesty International dal gennaio 1985 al giugno 2015 ha riguardato cittadini stranieri, la maggior parte dei quali lavoratori migranti senza alcuna conoscenza della lingua araba, con cui si svolgono gli interrogatori e i processi, spesso in assenza di adeguati servizi d’interpretariato. Le ambasciate e i consolati non vengono informati del loro arresto e persino della loro esecuzione. In alcuni casi le famiglie non ricevono il preavviso dell’esecuzione e non ottengono indietro i corpi dei loro parenti messi a morte.
Sul sito www.amnesty.it gli appelli, i dati e le informazioni sulla pena di morte nel mondo.

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