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Blade Runner 2049, molto più di un sequel

 

La cosa più difficile per un sequel è quella di affrancarsi dall’opera che l’ha preceduto. Soprattutto se si è trattato di un cult, come è stato per Blade Runner, film di fantascienza di Ridley Scott del 1982, liberamente ispirato al romanzo di Philip K. Dick “Il cacciatore di androidi” del 1968.
A trentacinque anni di distanza dal capolavoro di Scott, Denis Villeneuve coadiuvato da un grande direttore della fotografia quale è Roger Deakins tenta la fortuna con Blade Runner 2049. E il risultato è certamente superiore alle attese.
La trama è in apparenza semplice e, almeno nella prima parte costruisce un ponte con l’opera del 1982. La Tyrrell è fallita nel 2020 (un anno dopo l’ambientazione nel 2019 del primo Blade Runner) e il suo palazzo, tanto quanto la sua attività, sono portati avanti da un nuovo creatore (cieco) di replicanti, il cinico Wallace.

I modelli di replicanti più vecchi devono essere “ritirati”, motivo per il quale esistono ancora i blade runner, di cui il poliziotto K (Ryan Gosling) è un eccellente esempio.
La scena di apertura ricorda quasi un western: K siede nella vecchia cucina di un allevatore di vermi, la pentola che bolle sul fuoco, nell’attesa del suo rientro. Ma è proprio dal compimento di questa missione che emerge un elemento inatteso ed inquietante. Fuori della casa dell’allevatore, sotto al vecchio albero, unico in mezzo ad un deserto grigio, riemerge una scatola che cela al suo interno qualcosa di rivoluzionario. Un esemplare dei Nexus 6 sarebbe stato in grado di riprodursi. La data scolpita sulla roccia manda in tilt il sistema interno del protagonista che crede, attraverso un fallace meccanismo di ricordi, di esser proprio lui quel “figlio”.

Ma è qui che la storia prende il suo corso e il film si distacca dall’originale, anche nelle ambientazioni. La Los Angeles tetra e inquietante tracciata da Scott permane, ma solo come dimensione privata del protagonista, che abita in un piccolo grigio appartamento. Per il resto il regista espande l’infinito fantascientifico mostrando un susseguirsi di set veramente imponenti, tra cui spiccano un deserto rossastro pieno di statue giganti e una distesa di ferraglie dove vivono bambini costretti al recupero del nichel di un presunto orfanotrofio.
K esplora mondi ricercando tasselli del puzzle che gli consentano di comprendere e ricostruire. E’ proprio in questo modo che arriva anche a Deckard, il vecchio cacciatore di replicanti (Harrison Ford), uno spaccone che vive solitario (con un cane) in un enorme struttura totalmente estranea al mondo ipertech al di fuori.
Due ore e mezzo di grande cinema, grande azione ed eccellenti interpreti.
Una delle migliori intuizioni della sceneggiatura, oltre alla ricerca della madre/padre, totalmente inesplorata  e inedita nella letteratura fantascientifica, sta nell’invenzione di ologrammi umanizzati, tra cui la splendida Ana De Armond, nei panni della “moglie” (che rimanda con forza a Her di Jonze) una donna di pura luce eppure con uno sguardo così struggente e una emotività prepotentemente reale. Buona la musica, per lo più elettronica, anche se troppo martellante.
Un’opera da non mancare, per gli appassionati del genere, ma non soltanto. A tratti sentimentale, anche se non riesce a raggiungere la poesia del Kubrick di “2001 Odissea nello spazio”. Nelle sale italiane dal 5 ottobre con Warner Bros.

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