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Roberto Roversi: la cultura come memoria storica

 

Partigiano, estroverso e meraviglioso paroliere, Roberto Roversi era la quintessenza della bolognesità. Ci disse addio il 14 settembre 2012, all’età di ottantanove anni, e subito la nostra mente corse a quella magnifica canzone di cui scrisse il testo per gli Stadio: “Chiedi chi erano i Beatles”.
Già, la memoria, il ricordo, la bellezza della conoscenza, la magia dello stare insieme e la gioia del sapere: la cifra e il paradigma culturale di uno degli intellettuali più scanzonati e, al tempo stesso, profondi del Ventesimo secolo.
Tutta l’attività letteraria di Roversi, nonché il suo lavoro di libraio antiquario, portato avanti con tenacia, insieme alla moglie, per quasi sessant’anni, sono stati volti, infatti, a non far svanire la potenza prodigiosa dei ricordi, tenendo sempre come bussola l’importanza di trasmettere il passato alle nuove generazioni.

Era la sua ossessione, la sua passione, la sua missione morale: non far scomparire i suoni, i sapori, le speranze, le storie e le avventure proprie della sua giovinezza, considerando la Resistenza, l’anti-fascismo e la riconquista della democrazia i valori cardine della nostra tradizione democratica.
Non a caso, non ha mai smesso, in nessun ambito, di coltivare l’arte del pensiero, di costruire critica sociale, di esaminare, analizzare e scandagliare nel profondo la realtà contemporanea, vista in relazione con quanto accaduto in precedenza, fornendo così un quadro sinottico ed un’analisi completa di ogni singolo argomento.
Instancabile, sempre attivo a livello politico, animato da un impegno civile senza eguali e protagonista sino alla fine del tessuto culturale della sua città e del Paese, Roversi non si stancò mai di esserci e di battersi per i princìpi in cui credeva, lasciando un’eredità sconfinata non solo per quanto concerne il patrimonio letterario ma anche per quanto riguarda il non meno importante patrimonio umano.
Ricco di gentilezza, di poesia e di inventiva, era anche un uomo straordinariamente buono: da qui la considerazione sul patrimonio di umanità che Roversi ci ha lasciato e che, purtroppo, in pochi oggi sembrano voler coltivare.

Non si arrese mai, non rinunciò mai agli ideali della gioventù, non si rassegnò, non smise mai di cercare, di scoprire, di innamorarsi di ogni singolo giorno e persino delle parole, dei suoni, dei versi, di quella materia viva che era in grado di plasmare come pochi, trasformandola in una lirica struggente e sempre capace di sferzare, indurre a riflettere e inerpicarsi lungo i sentieri dell’innovazione.
Un giovanotto colmo d’esperienza: è così che vogliamo ricordarlo, ora che ne ricorre il quinto anniversario della scomparsa e che la sua assenza si fa sentire in maniera particolare, se non altro perché manca un’effettiva opposizione, gentile ma estremamente ferma, alla diffusa furia iconoclastica nei confronti della nostra storia e del cammino che ci ha condotto sin qui.

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