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Il film “intervista” di Federico Fellini agli agostiniani di Rimini

 

Per interpretare se stesso all’età di circa vent’anni, all’epoca in cui era stato incaricato dalla rivista CineMagazzino di andare a intervistare una diva di conturbante avvenenza a Cinecittà, Federico Fellini aveva scelto Sergio Rubini, un attore alle prime armi. Giulietta Masina quando lo venne a sapere non mostrò molto entusiasmo. Eravamo a cena e, sebbene divertita, aveva brutalmente espresso al marito il proprio parere con la voce arrochita dal fumo e l’accento romanesco che usava nei momenti polemici: “Se tu fossi stato così, mo te sposavo!” Rubini magro, scavato, col naso prominente, non rievocava a prima vista l’immagine alta, elegante, sorniona di Federico a quell’età, con il cappello e la sciarpa e, a dire della moglie, affascinante come pochi quando si erano dati il primo appuntamento: “Era un giovanotto molto magro, con l’impermeabile, i capelli lunghi sul collo, spiritoso, dolcissimo”.

Sergio Rubini non era un Adone, né doveva esserlo, perché per Fellini avrebbe dovuto  impersonare la componente goffa, insicura, di un giovanottino che per la prima volta metteva piede nei leggendari teatri di posa della via Tuscolana. Fellini era così smilzo che a Rimini lo chiamavano Ghandi, e si teneva lontano dalla spiaggia proprio perché complessato dalla sua costituzione fisica. A Roma quelli come lui, secchi e spilungoni, li chiamavano “canna vota”, non proprio un viatico incoraggiante per andare a incontrare di persona l’attrice dei sogni proibiti (Elli Parvo, stando alla cronaca). Fellini per rendere ancora più esplicito l’impaccio dell’imberbe protagonista, gli fa applicare dal truccatore un foruncolo sul naso, ed egli stesso spiega nel film il significato psicologico di quella trovata. Il film era Intervista; sono passati trent’anni esatti dalla sua realizzazione, e per celebrarlo la Cineteca di Rimini ha deciso di proiettarlo, all’aperto, nella grande Arena degli Agostiniani. Un’occasione rara di rivedere la penultima opera di Fellini su schermo grande, offerta dai curatori Marco Leonetti e Nicola Bassano, felliniani appassionati quanto discreti, che sanno cogliere ogni opportunità di riaccendere il ragionamento amoroso con il grande cineasta di casa.

Intervista è il penultimo film nella carriera di Federico Fellini, una delicata elegia sul cinema, che  segue il ‘congedo’ di Ginger e Fred (1985), in cui due anziani ballerini di tiptap (Marcello Mastroianni e Giulietta Masina), due guitti di talento famosi sui palcoscenici dell’avanspettacolo, vengono chiamati da una rete televisiva privata ad esibirsi in un patetico programma di vecchie glorie. E’ la televisione, prepotente medium dei nostri tempi, che irrompe nell’immaginario dello sterminato pubblico catodico e spazza via il cinema, settima tra le arti, con la sua valanga di immagini affastellate, sensazionalistiche, indistinguibili, “simili ai boli di una peristalsi” che lo spettatore assimila senza alcuna difesa, in assenza di un filtro capace di incanalarle in un racconto compiuto. Federico assisteva alla messa in onda dei suoi film da Oscar che venivano massacrati, frammentati, troncati, dalle inserzioni pubblicitarie; le immagini ottenute con pazienza da certosino, mischiate a detersivi, sottaceti e pannolini; storie congegnate nei minimi dettagli, ridotte a pretesti commerciali per i francobolli degli schermi TV. Contro tale scempio era andato in causa, perdendola, con il più potente tycoon televisivo del momento, lanciando uno slogan che suonava come un’ammonizione di civiltà: “Non si interrompe un’emozione!” Ma il mondo stava andando da un’altra parte e prima che la memoria stessa del cinema venisse cancellata dai nuovi barbari, voleva raccontare al pubblico quale fosse l’impalpabile magia della nascita e della realizzazione di una pellicola cinematografica. Si riprometteva di girare “un film in diretta”,  visto nel momento stesso in cui viene realizzato.

Mi incaricò pertanto – ero da lunghi  anni il suo scrittore ombra –  di stendere un soggetto a piacere su Cinecittà, così come io la vedevo (e la vivevo: in quegli anni oltre ad affiancare Fellini producevo e dirigevo spot pubblicitari in quei teatri di posa). Gli presentai il mio elaborato e lui lo accolse con entusiasmo; decise anzi all’istante che ne avremmo fatto un libro illustrato, edito da Rizzoli, con il titolo di Un regista a Cinecittà. Il medesimo del film, prima che fosse ribattezzato Intervista. Il mio soggetto servì da punto di partenza e filo conduttore; su quella prima intuizione crebbe poi la sceneggiatura nella quale Federico introdusse i suoi ricordi fantastici e impareggiabili, il clima dell’epoca prebellica in Italia, le riflessioni personali, le suggestioni visionarie, lo scenario cangiante, le emozioni del suo primo ingresso negli stabilimenti cinematografici che sarebbero diventati in seguito la sua casa e il suo laboratorio. La sua stessa vita. Quale congegno narrativo immaginò che una troupe di cineasti giapponesi venisse a intervistarlo a Cinecittà, svolgendo un’inchiesta filmata sui segreti del suo mestiere. Fu così che Federico diventò anche interprete di se stesso, guida virgiliana all’interno di un viaggio avvincente attraverso i teatri di posa, abbattendo ogni confine tra presente e passato, tra immaginazione e realtà.

Il risultato è un fluire di immagini perfettamente armonizzate dentro un unico racconto, di cui fanno parte tanti spunti diversi: il Tranvetto Azzurro che dalla Casa del Passeggero portava all’estrema periferia di Roma, in fondo a via Tuscolana, dove sorgevano gli studi in aperta campagna; il romanzo inconcluso di Franz Kafka, America, che il regista aveva più volte vagheggiato di trasportare sullo schermo; la Roma fascista d’anteguerra e la Capitale caotica dei nostri giorni strangolata dal traffico; gli stupori  di un ragazzo timido e curioso entrato nella fabbrica dei sogni; la rievocazione dei miti cinematografici che, una volta cresciuto, egli stesso aveva forgiato con il proprio ingegno, uno per tutti il bacio di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi.

Le riprese di Intervista erano iniziate a ridosso del Ferragosto, per scongiurare le invise vacanze estive che costringevano il regista all’inattività. E riguardano proprio l’inizio del film, con la visione fantascientifica delle piattaforme mobili che salgono in controluce nel cielo notturno, più in alto dei pini secolari, a scoprire in un emozionante sguardo d’insieme l’intero comprensorio di Cinecittà, il recinto magico in cui prendono forma e si materializzano i sogni di celluloide.

Ibrahim Moussa, marito di Nastassia Kinski, il produttore del film un po’ improvvisato, aveva naturalmente lasciato carta bianca al regista, pur di compiacerlo: associando il proprio nome a quello di Fellini aveva già ottenuto le credenziali di lusso con cui tentare l’avventura di Hollywood. Accettò dunque senza discutere di girare una sola settimana, per poi sciogliere la troupe e rinviare la vera lavorazione all’autunno. L’interruzione fu anche utile per terminare una preparazione piuttosto affrettata e per mettere definitivamente a punto il canovaccio.

Come è noto il film fu presentato a Cannes dove ottenne il Premio Speciale della Giuria e fu accolto a fine proiezione da venti minuti di applausi ininterrotti. Federico, incredulo,  mormorava seduto in platea: “Forse si sbagliano, hanno visto un altro film”. Vedeva accanto a sé Pietro Notarianni, l’organizzatore generale, comunista d’antan e cugino di Pietro Ingrao (non a caso Federico nel film gli fa interpretare un federale fascista in orbace e stivaloni), il quale infilava la punta del fazzoletto sotto le lenti degli occhiali a fermare le lacrime. Notarianni! Un cinematografaro rotto a tutto, la personificazione stessa del cinismo romano! “Che fai piangi?” Gli domandava Federico ancora più meravigliato. E l’altro si schermiva: “Deve essermi entrato un moscerino nell’occhio…”

Al Festival di Mosca Intervista vinse il primo premio: per Fellini era la seconda volta dopo Otto e mezzo, più di venti anni prima. La formula del ‘film in diretta’, una pura capriola retorica, aveva comunque funzionato, e Federico era ben intenzionato a proseguire su quella strada. Cioè  continuare a parlare di cinema in una serie di film relativamente a basso costo, in cui avrebbe raccontato dall’interno ‘il film che si fa’. Avevamo già messo le mani al secondo episodio che avrebbe dovuto intitolarsi L’Attore, e al terzo, dedicato ai produttori, in cui il regista intendeva spiegare a modo suo perché non poteva realizzare un film su La divina commedia dell’Alighieri, nonostante l’insistenza e le offerte economiche da capogiro delle Majors americane. E poi in lista d’attesa c’erano L’opera lirica, Napoli, Venezia; una lunga, inesauribile teoria di soggetti che gli avrebbero consentito di esprimersi in allegria per qualche decennio. Era lui che aveva inventato la figura dell’autore cinematografico, unico e vero creatore del film, al pari, nelle loro discipline, dei pittori, scrittori, musicisti, scultori. Ecco perché Federico insisteva nel sostenere che avrebbe avuto bisogno, come gli artisti rinascimentali, di avere per committenti il Papa, il Principe, il Gran Duca,  mecenati di opere eterne. Altro che interruzioni pubblicitarie!

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