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Prezzolini: un cavouriano fuori dal tempo

 

“In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo”: basta questa frase per descrivere chi fosse Giuseppe Prezzolini, scomparso esattamente trentacinque anni fa alla nobile età di cento anni.
Era nato sul finire dell’Ottocento, in un altro mondo, in una società completamente diversa rispetto alla nostra e per questo difficile persino da descrivere, soprattutto se non si possiede la stessa verve e il medesimo senso dell’umorismo di una personalità che ha attraversato un intero secolo, mantenendo fino alla fine la propria ironia e il proprio gusto per la battuta tagliente.
Prezzolini, infatti, era e si considerava un superstite: sopravvissuto a innumerevoli battaglie, a cominciare da quelle con se stesso e con il proprio non semplice carattere, per proseguire poi con le due guerre mondiali, gli infiniti diluvi del Novecento e, non ultimo, il mutare di costumi e tradizioni che, a suo dire, si andavano vieppiù degradando, fino a rendere la società pressoché invivibile.
Non accettava, ad esempio, che il suo voto valesse quanto quello di un Pinco Pallino qualsiasi, non sopportava il conformismo di una parte dei nostri intellettuali, non gli piaceva chi si confondeva col coro, chi non si opponeva mai a nessuna ingiustizia, chi si beveva qualunque proclama propagandistico, il giornalismo asservito e la cultura cortigiana tipica di molti dei suoi protagonisti, non solo in Italia.

Non apprezzava gli eccessi, le esaltazioni collettive, il culto del dittatore di riferimento, la barbarie dei “laudatores” di ieri che, quando il capo cade in disgrazia, si trasformano in accusatori con il ditino alzato in segno di condanna, le ipocrisie, le scempiaggini e qualunque altra forma di mancanza di rispetto.
Era l’anti-italiano per eccellenza, un liberale conservatore, cantore ed interprete di una destra il cui ultimo rappresentante, alle nostre latitudini, è stato probabilmente il conte di Cavour: per questo si sentiva sempre all’opposizione, sempre in contrasto, sempre felicemente e orgogliosamente in minoranza.
Dopo una lunga parentesi americana e il ritorno in Italia, scelse la Svizzera, e precisamente Lugano, per trascorrere l’ultima parte della sua vita: sempre ai margini, distante eppure vicinissimo, solitario ma al contempo presente, con la sua voce forte ed acuta, eternamente irrequieta, insoddisfatta e lontana anni luce dai cliché dei saccenti che si spacciano per pensatori e dai turiferari dal luogo comune facile che ammorbano in continuazione il nostro dibattito pubblico.
Era un uomo contro per definizione, proprio come Montanelli e Longanesi, con un carattere tosto e l’impossibilità di apporgli qualsiasi etichetta.
Ha fondato e diretto giornali, scritto libri, analizzato il mondo con acume e gli occhi sempre ben aperti e se ne è andato, infine, come aveva sempre vissuto, senza proclami, senza alcun clamore, senza riflettori a disturbarlo e senza gente fastidiosa intorno, nella quiete del suo buen retiro luganese dal quale aveva continuato a scrutare l’Italia dall’alto, con l’affetto dell’amante tradito e il piglio dell’analista incapace di mentire.
Quando morì Giuseppe Prezzolini, ci lasciò un gigante: un genio di cui tuttora in pochi hanno capito la grandezza e la lungimiranza delle intuizioni.

P.S. Dieci anni fa, di questi tempi, se ne andava all’età di settantadue Gaspare Barbiellini Amidei, colui che portò prima Pasolini e poi il costume e la cronaca leggera al Corriere. Un altro innovatore di cui avvertiamo la mancanza, un giornalista con la schiena dritta che ci ha lasciato troppo presto, con tante storie ancora da raccontare e tanti, troppi vizi ancora da prendere di mira.

P.S. 2 È notizia di oggi la scomparsa di Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace nonché voce libera e, per questo, maledettamente contrastata di una Cina in cui la strada per l’affermazione dei diritti umani è ancora tutta da compiere. Che il governo di Pechino provi almeno un po’ di vergogna. Addio Liu, non ti dimenticheremo.

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