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Fernanda Pivano, la voce dell’America

 

Cent’anni fa nasceva Fernanda Pivano, scomparsa a Milano, nel 2009, all’età di novantadue anni. Ci ha raccontato con rara maestria l’America dei miti, di scrittori immortali come Hemingway e, soprattutto, della Beat Generation, ossia di quella gioventù bruciata, ribelle e sognatrice che, a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, infiammò il dibattito culturale e modificò per sempre il nostro immaginario collettivo.
Ci manca, della Pivano, in particolare la sua immensa cultura, con le sue amicizie profonde e sincere con alcuni mostri sacri e la sua capacità di farceli conoscere con acume, senza presunzione, senza alcuna spocchia, senza la tracotanza tipica di quei letterati che godono nel manifestare costantemente la propria superiorità.
Fernanda Pivano, traduttrice e straordinaria conoscitrice non solo della letteratura e della cultura americana ma proprio delle viscere di quel Paese complesso e variamente articolato, è stata, al contrario, in grado di ricostruire agli occhi del pubblico italiano il mosaico di un universo per noi, fino a quel momento, quasi incomprensibile.
I simboli, i riti, le ambizioni, le strade arroventate dal sole, i sogni, le speranze, i volti, gli eccessi, le malinconie e il declino di un mondo prigioniero delle sue ataviche contraddizioni costituirono, per la Pivano, una sfida intellettuale e, più che mai, una scoperta continua della quale volle renderci partecipi.
Non a caso, uno dei suoi migliori amici fu Fabrizio De André, il quale traspose in musica l'”Antologia di Spoon River” di Egdar Lee Masters, rendendo ciascuno di noi protagonista di questo grande cimitero americano in cui bruciavano le vite e gli ideali, le gioie e i dolori, le incredulità e le tante sconfitte di un microcosmo nel quale è impossibile non riconoscersi e non ritrovare, almeno una parte, della propria storia.
Ha attraversato un secolo con leggiadra incoscienza, guidata dal gusto per l’avventura, dalla curiosità verso il prossimo, dalla capacità di immedesimarsi in altre culture ed introiettarle, senza mai smarrire la propria né scadere in un becero provincialismo, e infine se n’è andata, al termine di un viaggio durato oltre nove decenni, soddisfatta per il cammino compiuto ma per nulla appagata e, anzi, desiderosa di intraprenderne un altro.
E ora siamo sicuri che lassù la combattiva Fernanda, con la sua mitezza e i suoi modi che stregarono alcuni dei caratteri più difficili della storia dell’umanità, sia di nuovo in viaggio, alla ricerca di nuove storie da raccontare, di nuovi personaggi, di nuovi incontri e di nuovi amici con cui confrontarsi, ovviamente senza dimenticare tutti coloro che l’hanno arricchita di mirabili confidenze nel corso della sua lunga esistenza terrena.
Avrà ritrovato, lassù, le sue strade e i suoi sentieri, i suoi fiumi e le sue colline, i suoi drammi, le sue miserie, le sue grandezze e le sue idealità; li avrà abbracciati e sarà andata oltre, come del resto ha sempre fatto qui. Perché Fernanda Pivano è stata e rimarrà una personalità unica nel suo genere, la cui immensità sta proprio nel fatto di essere irripetibile.

P.S. Ricorre oggi il duecentesimo anniversario della scomparsa di Jane Austen: il suo genio, per fortuna, è giunto fino a noi ed è destinato all’eternità.

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