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“Tutto quello che vuoi” – di Francesco Bruno

 

Francesco Bruno è un ottimo soggettista e un eccellente sceneggiatore. Ama i buoni sentimenti e sa tradurli da regista sullo schermo, regalandoci storie delicate e non scontate, come tre anni fa Scialla!, e ora “Tutto quello che vuoi”, nel quale riprende il tema evidentemente a lui caro della (presunta) incomunicabilità tra le generazioni, aggravata dalle condizione di dissesto in cui versa ormai la maggior parte delle famiglie. I ragazzi, abbandonati a se stessi, trascorrono le giornate nell’ozio al baretto, disertano la scuola, crescono a dosi massicce di violenza e playstation, rifiutano ogni genere di impegno e di occupazione; e se i soldi dei genitori non bastano si arrangiano come possono, cercando pericolose scorciatoie in una società in cui il consumismo è l’unico valore riconosciuto. Alessandro è uno di loro, orfano di madre e in perenne conflitto con il padre, che vive insieme a una compagna dell’Est e manda avanti un commercio di ortofrutta alzandosi alle tre della mattina e pretendendo che il figlio segua la sua strada. Ma tra loro ci sono soltanto ringhi e latrati, in assenza di parole. La città è Roma, il quartiere è Trastevere e zone adiacenti, via Manara, il Gianicolo, Monteverde Vecchio. Qui, in una delle eleganti palazzine di inizio Novecento, vive un poeta ottantacinquenne, Giorgio Gherarducci, di cui nessuno si ricorda più, ma che ha avuto trascorsi non di secondo piano, non solo per le sue liriche, ma come protagonista della Resistenza e persino amico di Sandro Pertini. Poiché sta perdendo la memoria a causa dell’Alzheimer e vive in una rischiosa svagatezza, si prende cura di lui una signora del piano di sopra, che però non arriva a tutto. Servirebbe qualcuno che si assumesse il compito di fare uscire ogni mattina l’anziano signore, portarlo a spasso per i giardini attorno al monumento equestre a Garibaldi.

La proposta arriva ad Alessandro (Andrea Carpenzano), ben lontano dall’accettarla abituato com’è a una vita priva di responsabilità, tra scazzottate con i branchi rivali, le partite di calcio alla TV, una storiella di sesso clandestina che intrattiene con l’eccitante Claudia (Donatella Finocchiaro), madre di Riccardo (Arturo Bruni) un amico del gruppo. Lei fa la tabaccaia (omaggio a Fellini?), e ha un debole per il ragazzo che la cerca insaziabile, infilandosi nel negozio appena può e tirando giù la serranda. Ma all’ennesima litigata con il padre, cede all’idea di fare da badante al vecchio; quei soldi gli serviranno per cominciare a prendere le distanze da casa e sperimentare un principio di indipendenza. L’anziano poeta, interpretato con autentica finezza da Giuliano Montaldo  (che ritorna alla sua iniziale vocazione, prima di dedicarsi alla regia), rappresenta un mondo agli antipodi rispetto alla mentalità del ragazzo, un’altra galassia, talmente estranea da risultare respingente al primo impatto; ma per certi versi anche carica di un fascino sconosciuto, a cui Alessandro non resta insensibile essendo il suo “antagonismo” soprattutto un atteggiamento di sopravvivenza.

La consuetudine obbligata con il poeta (che arieggia apertamente Giorgio Caproni), la sua casa borghese, lo studio traboccante di libri, e i molti versi ‘graffiati’ a punta viva sull’intonaco delle pareti quando c’era scarsità di carta, lo riconducono a una vicenda umana intrigante. La storia dell’ uomo riaffiora a brandelli, a frammenti, tra improvvisi lampi di memoria e poetiche reminiscenze scritte, che  inducono il giovane a una crescente curiosità per il personaggio; e verso un passato che lui non conosce neppure per sentito dire, la guerra, il fascismo, la resistenza, le imprese partigiane, la linea gotica sulla quale si combatteva il futuro della nazione contro l’occupazione nazista e a fianco delle truppe alleate. Argomenti ai quali sono del tutto disinteressati i suoi amici, che hanno adottato la casa del vecchio come luogo di ritrovo, godendo l’ospitalità del proprietario che ben gradisce la loro compagnia, ogni tanto scambiandoli nella sua confusione senile per i cari, antichi commilitoni. Giorgio ha il vantaggio di potersi concedere piccole, vietatissime trasgressioni, una tirata di sigaretta, la novità di uno spinello, un bicchierino di liquore, e perfino qualche partita di poker in cui rastrella vincite insperate. Che però restituisce subito ai ragazzi che “ne hanno sicuramente più bisogno di me”.

Intanto Alessandro frugando tra libri, scritti, fotografie, e raccogliendo le confidenze del poeta, sospetta di aver scoperto un segreto interessante nella vita dell’anziano signore, forse la notizia di una piccola fortuna nascosta drappello di partigiani in un lago nei pressi di Pisa. Per capirne di più si reca addirittura alla Biblioteca Nazionale, intenzionato a mettere meglio a fuoco il territorio tra Toscana e Liguria, conoscere in dettaglio i posti; aiutato nella ricerca da una coetanea che vedendolo così spaesato in quell’ambiente di studio, lo prende in simpatia,  prontamente ricambiata. La trama vira così classicamente verso l’avventura, con i quattro ragazzi e il poeta, più felice che mai, stipati nella Land Rover prestata da Claudia, per andare a caccia del tesoro. Ci saranno altri equivoci e colpi di scena, che lo spettatore gusterà per proprio conto andando a vedere il film. Un nuovo genere di commedia, fresca, spumeggiante,  mai volgare, che Bruni sta resuscitando con il favore della platea. Le gag distribuite a tempo debito nei dialoghi strappano la risata, i sentimentalismi non sono mai stucchevoli, la recitazione è spontanea, l’ingranaggio funziona. Siamo di fronte a un nuovo Frank Capra? Volesse il Cielo! Il nostro cinema ha bisogno di un salto di qualità specialmente nel genere di intrattenimento; reclama storie garbate, intelligenti, in cui possano coabitare allegria e riflessione. Bruni racconta favole moderne e metropolitane, che per aspirare all’universalità (René Clair, Billy Wilder, Frank Capra appunto) hanno bisogno di uscire dal ghetto di casa nostra. Un suggerimento: si astenga  dal mettere in scena logore caricature, e si applichi con fiducia alle caratterizzazioni di antico stile. Basta con i borgatari di truce aspetto e di buon cuore che biascicano il romanesco: convenzionali, intercambiabili tra loro, privi di un guizzo, di una novità. Basta con il solito bar di sfaccendati, le risse tra tamarri, le battute telefonate, le smargiassate ripetute con lo stampo. Bruni ha troppe buone capacità per fermarsi alla prima osteria, accontentarsi di una pigrizia creativa con lungaggini, cadute di ritmo, cuciture rabberciate.

L’Italia non è fatta soltanto di Roma e meno che mai di trasteverini analfabeti. Cerchiamo di uscire dal giovanilismo di maniera e di creare veri personaggi; non saranno subito protagonisti di “Mr Smith va a Washington” o “La vita è meravigliosa”, ma alla fine un James Stewart potrebbe anche saltar fuori, se il regista aiuterà gli interpreti a crescere. E anche i produttori si sforzino di far meglio il loro mestiere; mi rivolgo in questo caso a Beppe Caschetto che conosco: risparmiare sull’edizione non serve a nulla, o peggio serve ad affossare il film, affidandosi per il sonoro a una presa diretta inservibile. La presa diretta è adatta ad attori assuefatti a modellare la voce in tutte le sue curvature e potenzialità; animali di teatro che hanno calcato le scene per anni, che sanno di dizione e hanno le corde vocali allenate. Una tecnica giusta per gli interpreti inglesi e americani che da sempre ammettono unicamente quel tipo di recitazione, e non fanno distinzione tra un teatro di Broadway o uno studio di Hollywood.  Ma la scelta diventa letale per i nostri fonici inesperti o disabituati, che registrano echi, vuoti d’ambiente e riverberi; e per attori raccogliticci che farfugliano come se stessero veramente al bar. Questo non è realismo, è sciatteria; l’unica verità nel cinema è una sapiente, raffinata cura della finzione; e la saletta di doppiaggio permette quantomeno di ottenere la pulizia dei suoni. Un regista come Francesco Bruni, di talento e di esperienza, lo sa bene, non è un novellino e possiede sufficiente autorità per imporsi ai suoi committenti. Mai accontentarsi, mai rinunciare per quieto vivere, mai sacrificare il proprio ingegno quando si è così generosamente dotati.  Se contro ogni mia abitudine assumo questa volta la parte antipatica dell’invasore di campo, è esclusivamente per amore del cinema, e perché ammiro sinceramente l’autore del film, tifo per lui.

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