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Oliviero Beha e il coraggio delle parole

 

Irriverente, burbero, a tratti persino scontroso, tremendo nel suo modo di essere e straordinariamente bravo: l’addio a Oliviero Beha è una di quelle notizie che non avrei mai voluto commentare.
C’era in lui qualcosa di Roberto Morrione: la stessa tenacia, lo stesso senso di responsabilità nei confronti dei cittadini, lo stesso coraggio delle parole, lo stesso amore per la gente e lo stesso disprezzo verso quei gangli del potere che si ostinano tuttora ad assoggettare la libera informazione.
Oliviero Beha, fiorentino a ventiquattro carati che dei fiorentini possedeva sia l’amore per l’invettiva che il brillante senso dell’umorismo, ha costituito la stecca nel coro in ogni ambito, mettendo le dita negli occhi sia a quegli esponenti politici verso cui nutriva un disprezzo mai in alcun modo nascosto, a causa della loro disonestà, della loro spregiudicatezza e della loro assoluta mancanza di dignità, sia ad un mondo dello sport in cui non si riconosceva più, denunciandone da circa trent’anni il cinismo, l’ignoranza, la pochezza morale, la prossimità con ambienti poco raccomandabili e il suo essere la cartina al tornasole di una Nazione in declino.

C’è una riflessione di Beha che mi è rimasta impressa: in un’Italia in cui funziona poco o nulla, per quale motivo, pur avendo tutta la convenienza a far andar bene almeno il calcio, le classi dirigenti non vi riescono? Per il semplice motivo che i padroni del vapore dello sport e quelli della politica, il più delle volte, sono le stesse persone e il degrado che ne consegue è sotto gli occhi di tutti. Spiazzante, con una riflessione aveva detto tutto e fugato ogni dubbio sul baratro nel quale siamo sprofondati.
Oliviero Beha era anche e soprattutto questo: una sorta di grillo parlante, talvolta volutamente antipatico e sempre coscientemente scomodo; un uomo perbene che considerava la denuncia delle malefatte dei potenti una missione civile ed un preciso dovere di ogni giornalista; un amante della democrazia che soffriva nel vederla così calpestata, umiliata e sminuita nella sua importanza.

Un narratore poliedrico, inoltre, un combattente indomito e senza peli sulla lingua, unico nella sua potenza espressiva e nella capacita di demolire i tanti piccoli personaggi spesso oltremodo esaltati dalle narrazioni ufficiali e dalle verità di Stato che, per lo più, coincidono con solenni bugie.
Non si è mai lasciato impressionare da un ostacolo, non ha mai mancato di rispetto a nessuno e non ha mai rinunciato ad una sola delle sue passioni, neanche quando queste lo facevano soffrire e si affacciava prepotente il desiderio di mollare tutto.
Se ne è andato in pochi mesi, a soli sessantotto anni, senza darci nemmeno il tempo di prepararci all’idea di non sentirlo più. Spiazzante anche in questo, come sempre irriverente, caustico e diretto come uno dei tanti cazzotti metaforici con cui ha contrastato per tutta la vita ogni forma di barbarie e di indecenza. Perché Oliviero era così: prendere o lasciare. E oggi che ci ha detto addio iniziamo, forse, a capire quale privilegio sia stato condividere con lui il nostro cammino di lotta.

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