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Campo Dall’Orto, la RAI e il disastro del Paese

 

Si è sempre sostenuto, e non a torto, che il Cavallo di viale Mazzini anticipi le tendenze in atto nel Paese nonché le conseguenti mosse della politica, e in gran parte è proprio così.
La sfiducia inflitta all’amministratore delegato della RAI, Antonio Campo Dall’Orto, sulla cui ingenuità temo che abbia ragione Freccero, tuttavia, ci dice qualcosa di più circa la fase che sta vivendo attualmente l’Italia.
Una vicenda del genere, infatti, non è sintomatica di un fisiologico avvicendamento fra parti politiche contrapposte, con lo spostamento di pedine e correnti verso quello che si ritiene essere il nuovo polo del potere; è l’anticipazione, al contrario, del caos e del crollo trasversale cui rischiamo di andare incontro se davvero dovesse concretizzarsi l’insano proposito renziano di condurci al voto a inizio autunno e senza avere, di fatto, riformato la legge elettorale, se non trovando un accordo al ribasso con Berlusconi per precipitarsi a votare prima del varo di una Legge di Stabilità che si preannuncia tutt’altro che agevole.

A ciò si aggiunge il fatto che la RAI costituisce la cartina al tornasole del sostanziale fallimento del renzismo e della sua classe dirigente, in quanto la non riforma approvata due anni fa, imperniata su un sostanziale ritorno a prima della stagione del pluralismo informativo inaugurata dalla legge 103 del 14 aprile 1975 che, di fatto, sanciva l’inizio della cosiddetta “lottizzazione” e la fine dello strapotere democristiano sul servizio pubblico, questo testo retrogrado e dannoso ha conferito poteri inusitati ad un soggetto che, in realtà, è stato sempre privo di qualsiasi vero potere.
Tralasciando le mie opinioni personali sulla figura di Campo Dalla’Orto, di cui non sono mai stato un estimatore, il vero problema di questo povero cristo è stato, difatti, quello di trovarsi a dover guidare un’azienda di cui il governo che gli aveva affidato il timone non si è mai interessato, se non per controllarla ed evitare che qualche personaggio con la schiena dritta potesse mettere eccessivamente in dubbio la narrazione ottimistica di Palazzo Chigi.

Peccato che il duopolio che interessa realmente a Renzi sia quello fra Mediaset e Sky e che per lui la RAI sia un di più, un qualcosa non dico di superfluo ma comunque di marginale, al punto che ormai, per ammissione di molti che vi lavorano o vi gravitano intorno, l’azienda è priva di un piano industriale e di un progetto per il futuro, mortificando oltre i limiti del sopportabile le tante professionalità di valore che vi collaborano o vi lavorano.
Fatto sta che quest’ennesimo disastro non si discosta in nulla e per nulla dagli altri: fa il paio con il Jobs Act, con la Buona scuola, con l’Italicum e con la riforma costituzionale, ossia con riforme pessime e nocive annunciate in pompa magna dell’esecutivo e dai suoi corifei e rivelatesi, col passare del tempo, per ciò che erano sin dall’inizio, ossia bolle di sapone, inutili sprechi di risorse, con annessa umiliazione di chiunque abbia provato ad opporsi a questo metodo di governo tanto arrogante quanto infruttuoso.
Il punto è che nessun partito, nessuno schieramento e temo anche ben pochi intellettuali abbiano, ormai, ben chiaro quale debba essere il ruolo del servizio pubblico nel Ventunesimo secolo, ossia in una stagione nella quale sono saltati tutti gli schemi a livello mondiale e bisogna imparare a leggere la realtà con lenti radicalmente nuove e alternative rispetto al passato.

Il punto è che la RAI di oggi, con il suo carico di errori, complicità, arretratezze e mancanze di chiarezza, anticipa alla perfezione, e in parte riflette, il degrado della politica nel suo insieme, con la prospettiva che dopo il voto non arrivi una nuova governance espressione dei nuovi rapporti di forza presenti nel Paese ma lo stallo più assoluto, con un vivere alla giornata privo di progettazione che per la più importante aziende culturale italiana si rivelerebbe esiziale.
Il punto è che nel 2014 l’allora presidente Napolitano ha scelto di chiamare al potere un gruppo di ragazzotti toscani, oggettivamente inadeguati al ruolo, conferendo loro il compito di riformare addirittura la Costituzione e facendosi spesso garante dei loro metodi che tradivano in ogni momento la suddetta inadeguatezza; ora che nemmeno lui se la sente più di difendere quelle scelte, essendosi probabilmente reso contro di aver commesso uno sbaglio che pagheremo ancora per non si sa quanti anni, emerge in maniera nitida quanto quest’avventura sia costata alla comunità nel suo insieme, con lo spettro del baratro che ormai è davvero ad un passo.
Non sappiamo cosa accadrà nelle prossime settimane, a chi sarà affidato il ruolo di traghettare l’azienda in questa fase che più che di transizione è di profondo spaesamento e quali equilibri, o per meglio dire squilibri, emergeranno dalle urne; sappiamo solo che l’illusione renziana di poter accentrare su di sé il potere, in una stagione in cui, per la conformazione che ha assunto il mondo, esso è multipolare, fragile e aleatorio, ha arrecato tanti di quei danni che sarà davvero dura tornare indietro e ricostruire un rapporto di fiducia fra gli innumerevoli segmenti sociali che si sono sentiti tagliati fuori da questo modo di intendere e di amministrare la cosa pubblica.
Perché il potere, questa è una delle componenti del suo fascino, non solo ammalia chi se ne impossessa ma ne mette a nudo il carattere, la personalità e le effettive doti, rivelandolo uno statista o un grande imbonitore, travolto infine dalla realtà e dalle sue molteplici sfaccettature.
Volendo fugare i dubbi di qualche iperattivo esponente dell’entourage renziano, infine, ci tengo a chiarire che il referendum dello scorso 4 dicembre non è andato come è andato perché la RAI è stata poco accondiscendente nei confronti dell’esecutivo ma per il motivo esattamente opposto: perché, a furia di esserlo, ha perso centralità, al punto che ormai i giovani si informano in rete e il cosiddetto ceto medio riflessivo rivolge la propria attenzione verso La7 o verso Sky.
È la triste sorte di chi ha provato a conquistare il Paese ma non lo ha capito, non lo ha amato abbastanza, non se ne è saputo prendere cura e, per questo, è stato respinto, insieme ad una serie di personaggi che farebbe meglio a dar seguito, quanto prima, al proposito di abbandonare per sempre la politica in caso di sconfitta referendaria.
Après lui, le délouge.

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