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Manchester. Trovare un antidoto al virus dell’odio è molto complesso

 

Quello che mi ha colpito dell’attentato di Manchester è la mia reazione. E’ la prima volta che sento lo scarto tra la mia razionalità, che la classifica eccezionale, e la mia sensibilità che l’avverte come “ordinaria”. Con il loro tragico ripetersi,  questi orrori li percepisco sempre più come eventi ricorrenti. Non che non suscitino in me la stessa indignazione – anzi maggiore, visto le giovanissima età delle vittime e del carnefice – ma ormai le stragi sono epidemie di odio; con focolai diversi, fasi acute, intervalli, ma con una loro regolarità. Insomma, succedono perché nessuno sa o vuole fermarle.

Trovare un antidoto al virus dell’odio è molto complesso. La destra chiede più repressione, la sinistra più integrazione. Ma la domanda è una: come lo fermi il ragazzino che s’imbottisce di esplosivo e esce di casa per andare a morire insieme ai suoi coetanei? Non lo so. So solo che la perdita di senso della propria vita può superare l’istinto di sopravvivenza. Una brutta vita senza autostima e relazioni forti, si baratta facilmente con una bella morte, della quale si pregusta l’ammirazione postuma garantita dai fanatici ai loro “martiri”. Chi è sradicato nel proprio contesto, cerca radici – si “radicalizza” – nel primo ambito che gli offre accoglienza, anche se è un islam taroccato, ridotto a pura violenza.
Se hai professori che ti stimano, amici con cui stai bene e vicini che ti salutano è difficile che diventi un kamikaze.
Questa è la vera integrazione che può prevenire le epidemie d’odio. Ma ha un difetto: non è uno slogan che procura applausi, ma un progetto che brucia consenso.

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