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Il caso Torrisi e la maggioranza

 

Ora che non è più ufficialmente segretario del Pd o che tale finge di non essere, Matteo Renzi ha ripreso a svolgere con il premier Gentiloni lo stesso ruolo che aveva con Letta prima di dargli il benservito con il famoso tweet #enricostaisereno. Se fosse solo per sfidare e incalzare il governo con la linea politica del partito ci sarebbe da rallegrarsene. Così infatti vorrebbe quella giusta separazione dei ruoli tra incarichi associativi e cariche istituzionali proposta qualche anno fa da Fabrizio Barca e a quanto pare condivisa oggi anche dagli altri due candidati alla segreteria, Orlando ed Emiliano. Invece, come tre anni fa, l’ex segretario premier agisce ancora “pro domo sua”, sempre deciso a spendere le centinaia di migliaia di voti ottenuti alle primarie del Pd per aggiudicarsi, con una legge elettorale favorevole e il controllo delle candidature, la chiamata al Quirinale per il governo della nuova legislatura.

Purtroppo per l’ex segretario, la bocciatura di Giorgio Pagliari da lui designato alla presidenza della commissione affari costituzionali del Senato rischia ancora una volta di mandare all’aria i suoi piani. Come è noto, le opposizioni unite hanno eletto al suo posto un senatore di Alleanza Popolare, Salvatore Torrisi, probabilmente più disponibile a limitare al minimo indispensabile  l’aggiornamento del proporzionale lasciato in piedi dalla Corte nel dichiarare incostituzionale l’Italicum. E dire che il 25 gennaio scorso Matteo Renzi brindava soddisfatto all’annuncio, contenuto nella decisione dei magistrati, che “all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Sicuro che con questa frase non ci fosse più da preoccuparsi  dell’0mogeneità tra i sistemi di Camera e Senato. Pronto a partire subito per una campagna elettorale di primavera da concludersi al massimo per l’11 giugno.

La saggezza di Mattarella prima e la lettura delle motivazioni poi hanno provveduto a spegnere il suo entusiasmo, ma quello di anticipare la conclusione della legislatura è rimasto il suo chiodo fisso. Aggravato dal desiderio di evitare al Pd e al suo governo la manovra finanziaria di autunno, per la quale ha già avuto modo di manifestare non pochi dissensi con gli orientamenti di Gentiloni e di Padoan. E se fosse stato proprio lui, qualcuno si chiede, all’origine del complotto? In fondo,Torrisi stava già sostituendo, pare egregiamente, la senatrice Finocchiaro dal giorno dopo le dimissioni di quest’ultima. Perché provocare le opposizioni contrapponendo un proprio candidato e soprattutto perché prendersela tanto per una presidenza che durerebbe al massimo otto mesi? Ieri il presidente del gruppo misto della Camera Pino Pisicchio  commentava la decisione di cavalcare l’incidente come “il sintomo di un mai placato desiderio di un confronto elettorale anticipato”.

Al Colle, al Colle! Gridavano ieri i renziani, secondo “la Stampa” di Torino, Alfano imponga subito a Torrisi le dimissioni. Alfano obbedisce ma polemizza: se qualcuno vuole la crisi lo dica, noi a questo “giochino” non ci stiamo. Caccerà Torrisi dal partito, di più non può fare.   “Inconcepibile e irrituale, manco nel partito comunista sovietico”, protesta il neo presidente della Commissione . “Ho preso atto del rifiuto. Amen”, replica il leader di AP. E forse anche Renzi si arrende:”Ora il fronte del no al referendum, al mattarellum, all’italicum, quello che ha eletto Torrisi e adesso è maggioranza, ci faccia una proposta”. Poi aggiunge: “Noi non parliamo di crisi del governo”. Infatti, quella del voto per una Presidenza di commissione, sia pure la più importante di tutte, è vicenda tutta parlamentare, niente a che vedere con l’esecutivo. Ma allora ditemi, perché Renzi insiste a parlare di maggioranza? Paolo, stai sereno.

Fonte: Nandocan

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