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Finalmente l’opera completa di Don Milani, troppo citato e troppo poco letto. Intervista ad Alberto Melloni

 

L’opera di Don Milani viene finalmente raccolta in una unica e completa antologia, comprensiva dell’epistolario, in una delle più prestigiose collane di classici, i Meridiani (edizioni Mondadori). Lo si deve soprattutto alla passione dello storico Alberto Melloni e di Federico Ruozzi, che già dieci anni fu autore, insieme con le Teche della Rai, di una sorta di “opera omnia” ma basata sulle voci e sulle immagini (peraltro poche) del priore di Barbiana e di storici e filologi come Anna Carforra, Sergio Tanzarella e Valentina Oldano. Con l’intervista al professor Melloni prosegue il nostro approfondimento su questa figura fondamentale per la politica, la religione e la società del Novecento, proprio nel momento delle polemiche per la più che discutibile vicenda del romanzo di Walter Siti.

Professore, cosa ha scoperto, nel corso di questo nuovo decennio, dove sono comparsi improbabili riabilitatori di Don Milani, teorici del pensiero di don Milani come inizio della contestazione studentesca del ’68, detrattori di stampo reazionario ma giunti ai vertici della Chiesa, ammiratori che lo ritengono un personaggio di stretta attualità e forse da tre anni…un Papa che oltre che Francesco potrebbe forse chiamarsi anche Lorenzo..

Lo sforzo di questi anni è stato quello di restituire lo spessore della scrittura di don Milani: non è l’unico, ma è uno di quegli autori più citato che letto, col rischio non piccolo di ridurlo ad un erogatore di provocazioni e fargli fare esattamente la fine che i suoi nemici volevano fargli fare e che lui rifiutava in modo categorico: essere un prete isolato, una meteora radicale senza significato e peso nella sua chiesa e nella società in cui vedeva formarsi una ingiustizia profonda. Ridotto ad un brand “donMilani” meritava dunque la pazienza filologica della restituzione del testo per reagire in modo mite e fermo alla voracità con cui è stato posseduto da un pedagogismo a corto di idee, che cercava improbabili modelli antiautoritari in una scuola che era invece di un rigore assoluto e dalla ipocrisia che pensava che il problema fosse “riabilitare” un prete perseguitato dalla chiesa e cavarsela con qualche elogio o aggettivo. Quello che distingue Francesco (il primo papa che ha letto don Milani con sintonia con la sua ricerca cristiana e non solo con compatimento) è aver intuito che per Milani la scuola non è un fine, ma un mezzo per mettersi all’altezza del più piccolo e vivere da lì, dalla comunione con l’emarginazione del povero, l’attesa messianica.

Cosa avete trovato di nuovo, e anche di inedito, negli scritti che trovano ora pubblicazione, insieme ad altri già noti, ne I Meridiani? C’è un Don Milani diverso che viene fuori da questa opera omnia?

Innanzitutto la scelta della edizione nazionale dell’opera omnia vuole distinguersi dalla degustazione antologica o settoriale: Milani è un uomo che si identifica con la sua scrittura, la lima con la stessa durezza con cui lima la sua anima, e la fa diventare un registro costante, da cui appare non uno stile paradossale ma una sete di verità assoluta. Poi c’è la cura per restituire le finezze (piccole frasi, incisi caduti) che le edizioni commerciali avevano comprensibilmente sottovalutato e che qui vengono ridate. E poi c’è il frutto del lavoro rigorosissimo di Federico Ruozzi che è riuscito, meritando la fiducia di tutte le tante realtà che custodiscono con amore geloso memorie ed esperienze di don Lorenzo, a recuperare tutto ciò che esiste.

Da Lettera a una professoressa la scuola italiana è cambiata moltissimo: oggi si può rintracciare qualcosa dell’insegnamento di Don Milani nel modo di fare formazione da parte di chi oggi ha di fronte classi immensamente diverse da quelle degli anni 60’, eppure anch’esse piene di ragazzi che assomigliano tanto a quegli “ultimi” di Calenzano e di Barbiana

Barbiana non è un modello, è un gesto profetico: che se e quando venisse imitato diventerebbe e tante volte è diventato grottesco. Ma la sede di quel gesto profetico resta ed è la scuola e la capacità della scuola di essere il luogo dove si impara ad imparare. Chi non lo capisce – e spesso non lo si è capito – ogni due anni vorrebbe aggiungere un’ora per iniettare nei bambini delle nozioni e delle conoscenze che poi diventano obsolete presto e vengono insegnate da insegnanti che fanno quel mestiere come un altro: ore di arte, di informatica, di affettività di religioni… Chi non lo capisce – e spesso non lo si è capito – pensa che il buon insegnante debba avere a sua volta iniezioni massicce di pedagogia (almeno 24 sentenzia una decreto vigente). La scuola invece insegna tutto se rende eguali e fa imparare a imparare come ha detto il papa citando don Milani nel 2014, in una udienza alla scuola italiana che ha segnato il primo ingresso della parola di don Milani sulla piazza di san Pietro…

Papa Francesco sta gestendo il suo pontificato da prete, il prete che si immedesima nel sociale, va a Milano e visita le periferie e le carceri, accoglie fisicamente i migranti, fa costruire servizi per i senza casa, va a comprarsi gli occhiali da solo, il papa che con i fatti ancor più che con le parole predica che niente è più ingiusto che far parti uguali fra disuguali…cosa unisce davvero, secondo lei, questo pontificato all’opera del prete fiorentino?

Il legame è un legame “letterario”, perché Bergoglio ha letto Milani. Ma mi parrebbe riduttivo vederlo così o inserirlo nella verve anticonformista di questo papato. In Milani c’è una vita cristiana radicale: il senso che il vangelo nel tempo lo “sala” con una attesa che non è quella idiota della fine del mondo, ma quella che dice a ogni ingiustizia che non sarà eterna e ad ogni male che è vulnerabile, solo che incontri una sete di giustizia e una fame di bene che non si accontentano.

Quale frase di don Milani è secondo lei la più adatta e la più attuale per la nostra società contemporanea?

Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio.
È solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. È la storia che mi s’è buttata
contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.
Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere
accanto a te a combattere il ricco.
Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi
piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.
E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere
là in basso, a combattere i ricchi.
Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche
quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione. Ma come è poca parola questa
che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che
tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie,
quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo
dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente
potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta
hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”. Ma il giorno che avremo
sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella
reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel
giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a
pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più lame né sete,
ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare
l’unico grido di vittoria degna d’un sacerdote di Cristo: “Beati i … fame e sete”.

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