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La chiamano sicurezza ma il decreto Minniti è un’offesa ai poveracci che sono poco “decorosi”. La loro colpa? Essere poveri. E vai col Daspo, come allo stadio

 

Di Alessandro Cardulli

C’è un giovanotto, allampanato, la barba lunga che si confonde con i capelli, occhiaie profonde, si aggira nelle zone monumentali di Roma, veste, si fa per dire, un lungo saio grigio, scalzo anche in pieno inverno,   avvicina le auto quando sostano al semaforo, non parla, tende la mano. Una volta gli ho offerto dei calzini, gli ho chiesto se potevo portargli delle scarpe. Ha scosso la testa, un cenno appena per dire no. L’ho rivisto proprio mentre con un articolo, Roberto Saviano apriva su la Repubblica una dura polemica contro il decreto emesso dal ministro Minniti sulla sicurezza nelle città. Si chiedeva Saviano: “Ma davvero il Pd ha permesso che un decreto del genere potesse essere realizzato?”. Si dava una risposta gelida, secca: “Sì, l’ha permesso e promosso”. Aggiungeva: “Il decreto considerato da questo governo di straordinaria necessità e urgenza ha toni razzisti e classisti”. L’accusa di Saviano si può riassumere in due parole. Un decreto siffatto “contro i disperati”, che dovrebbero essere cacciati dai centri delle città, rinchiusi nelle periferie nel nome del decoro, della decenza, se hai fame e frughi in un cassonetto, se ancor più non vesti decorosamente posso proibirti di mettere piede nel centro storico della tua città, non lo si può certo definire di sinistra come tenta di fare il ministro Minniti intervistato sempre da Repubblica. Tentativo mal riuscito, impresa impossibile, diciamo noi, perché alcune parole del decreto non fanno parte del vocabolario della sinistra. Mi faccio una domanda, tornando alle immagini del giovane allampanato, a piedi scalzi. E la rivolgiamo al ministro: si potrebbe, prima di pensare di allontanarlo dal centro storico perché indecoroso, farsi carico della sua situazione, affrontare il problema della sua povertà, capire perché cammina a piedi nudi, vedere dove vive. Insomma, una politica di sinistra, socio solidale, questo dovrebbe fare. Partire dagli ultimi. Non serve un decreto per punire i reati, ci sono le leggi, ci sono le autorità, che rappresentano lo Stato, che stabiliscono le pene per i colpevoli. La povertà non figura fra i reati. Sempre il ministro si fa forte del fatto che vengono chiamati in causa in prima persone i sindaci, coloro che più sono vicini ai cittadini ai quali viene dato il potere di intervenire per assicurare sicurezza e decoro. Dice che il decreto è stato scritto con il consenso dell’Anci, l’associazione dei Comuni, quindi siamo al massimo della democrazia. Però, fa notare, il sindaco non ha alcun potere di disporre il Daspo, vale a dire l’allontanamento amministrativo di un soggetto da una determinata area della città perché “quel potere resta al questore. Il sindaco ha solo il potere di segnalare le aree urbane in cui concentrare gli sforzi di controllo del territorio”. Ecco, compare la parola Daspo. Quasi si trattasse di una partita di calcio, una manifestazione sportiva. Daspo è l’acronimo  che significa “divieto accedere alle manifestazioni sportive”. Che sia un ministro a fare un accostamento fra chi nel centro storico cerca una possibile sopravvivenza e chi nello stadio sfoga i peggiori istinti ci sembra oggettivamente un fatto molto grave. Il problema vero è quello della povertà che, anche nei mille giorni del governo Renzi, non è stato affrontato.

Solo annunci, promesse, dei renziani mentre cresceva l’esclusione sociale

Solo annunci, promesse, mentre l’esclusione sociale colpiva fasce crescenti di popolazione. Il governo meglio avrebbe fatto a intervenire su un problema che da sempre attende una soluzione: il ruolo dei sindaci e quello dei questori. Evitando sovrapposizioni che creano solo confusione. Evitando anche la tendenza di alcuni sindaci di trasformarsi in “sceriffi”. Oppure, come è avvenuto a Cugnano, dove 22 sindaci hanno manifestato in solidarietà con il ristoratore che ha sparato contro un ladro penetrato nella sua abitazione uccidendolo, con lo slogan “Io sto con Matteo”. Le foto mostrano il titolare dell’osteria “Des amis”, sorridente insieme a Bossi e al vicepresidente del Senato. La magistratura ha aperto una indagine non convinta delle dichiarazioni del ristoratore. Un episodio  che la dice lunga.

Un errore del Pd fare concorrenza alle destra scendendo sul loro terreno

A noi, leggendo le cronache di questi giorni, vengono a mente le campagne contro i “capelloni” di tanti anni fa. Venivano accusati di tutto e di più, sporchi e cattivi. Oggi le destre, allo sbando, cercano di trovare nuovi sbocchi proprio giocando sulla parola paura. Il migrante, che è diverso da te, deve essere messo al bando. Confinato nelle periferie delle grandi città, rifiutato proprio dai sindaci che respingono le “quote” di migranti. Nascondere la povertà, la miseria, dare sfogo all’odio contro il diverso è diventato il campo di battaglia non solo dei leghisti, ma anche della destra, che gioca sulla parola sicurezza. Il guaio è che il Pd  sembra mettersi in concorrenza con queste forze, scende sul loro terreno. Non è una buona cosa e non porta da nessuna parte.

Da jobsnews

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