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Dove sei, Italia?

 

Dove sei, Italia? Me lo sono chiesto spesso in questi giorni, mentre scorrevano sugli schermi televisivi le immagini strazianti della strada di Alatri (nella foto la vittima del pestaggio, ndr) invasa di fiori, sotto le insegne della discoteca di fronte alla quale si è consumato il pestaggio mortale di un ragazzo di vent’anni. Me lo sono chiesto ascoltando le notizie relative all’ondata di femminicidi che sta scuotendo la Penisola da Nord a Sud. Me lo sono chiesto al cospetto dell’uomo che ha assassinato i figli e poi si è tolto la vita a Trento, in quanto non riusciva a sostenere un tenore di vita oggettivamente superiore alle sue effettive possibilità. Me lo chiedo in questa società nella quale sembra che contino unicamente il potere e il denaro, il successo e la notorietà, le ambizioni e le affermazioni personali, senza che vi sia alcuno spazio per la collettività, per i suoi valori, per le sue speranze e per le sue prospettive. Me lo sono chiesto, incredulo, e non ho trovato alcuna risposta, se non che questo Paese si sta perdendo, rimanendo vittima delle proprie incomprensioni, della propria ferocia, della propria rabbia inacidita, covata per troppo tempo, squallida e pronta ad esplodere da un momento all’altro, a materializzarsi in tutti i contesti e a sposarsi alla perfezione con la piccola criminalità ma anche con le difficoltà e i problemi di una quotidianità che siamo sempre meno in grado di conoscere, di decifrare, di comprendere e alla quale non siamo minimamente in grado di fornire soluzioni adeguate.
Dove sei, Italia? Me lo chiedo riflettendo sui fatti di cronaca nera occorsi in questi giorni, vicende delle quali non mi sono mai occupato con particolare interesse e di cui, invece, comincio a comprendere l’importanza, costituendo la cartina al tornasole del nostro stato di cose, del nostro dibattito pubblico all’insegna della malvagità gratuita, della nostra miseria morale, del nostro non avere più un tessuto sociale, una comunità di riferimento, dei legami, dei rapporti umani, quel senso di destino condiviso e capace di tenere insieme storie diverse, vicende complicate, aspirazioni e tragedie, di renderci, insomma, un Paese.
Diceva Leo Longanesi che “un Paese ci vuole” e credo che tutte queste mattanze abbiano un unico filo comune: la mancanza del medesimo. Non esiste più la società, non esistono più nemmeno gli individui: esiste solo un thatcherismo indistinto, apolitico, apartitico, privo di luoghi d’incontro, di corpi intermedi, di analisi e di riflessioni sociali, di sguardi d’insieme, di modalità espressive diverse dall’urlo e dall’insulto e di qualcuno che abbia il coraggio di compiere un passo indietro affinché la collettività possa compierne uno avanti; in pratica, manca tutto ciò che ci ha reso se non grandi quanto meno migliori, consentendoci di progredire nel contesto dei paesi occidentali e di raggiungere un livello di fronte al quale nessuno può restare indifferente, come se quel passato non fosse mai esistito, quell’esempio non avesse nessun valore e i suoi protagonisti non avessero diritto di cittadinanza nella stagione contemporanea.
Abbiamo rottamato le idee prima ancora delle persone, conservando peraltro le peggiori, con il risultato che oggi una generazione si trova a non avere alcun orizzonte davanti a sé, il bullismo dilaga, la violenza sembra essere diventata l’unica cifra esistenziale, lo strillo prevale su ogni altra pratica e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: una folla di uomini soli, di bestie in gabbia, pronte a liberare alla prima occasione utile i propri istinti primordiali, di soggetti incivili privi di una società in grado di educarli, responsabilizzarli e trasmettere loro il senso della misura e del limite.
Se vogliamo dare un’anima a questa tristissima discussione, forse questa può essere una chiave di lettura. Se vogliamo, invece, continuare a considerare i singoli casi l’uno scisso dall’altro, come monadi sociali, frammenti di barbarie privi di fondamento, atti di follia tanto insensati quanto confinati in esistenze difficili o comunque prive di un interesse collettivo, se continueremo a ragionare così, commetteremo il crimine più grave in assoluto: quello dell’indifferenza, l’atto pilatesco di un lavarsi le mani che onestamente nessuno di noi può permettersi. Perché l’indifferenza uccide e noi, tutti noi abbiamo la fedina morale fin troppo sporca per continuare a scrollare le spalle e a passare alla notizia successiva, come se non fosse in atto il processo di autodistruzione di una Nazione tragicamente priva d’identità.

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