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Cent’anni fa nasceva Giuseppe Branca. Qualcuno lo ricorda?

 

Oggi 21 marzo nasceva cent’anni fa, alla Maddalena, Giuseppe Branca, uno dei giuristi democratici più profondi, impegnati e insieme ironici d’Italia. Se ne è ricordato qualcuno? Non so a Urbino dove fu il Magnifico Rettore dal 1944, anno della Liberazione della città, al 1947. A Urbino si era sposato e ad Urbino risiedeva la moglie. In quel periodo aveva rapporti col gruppo antifascista dell’Ateneo di Padova e da lì riportava nella città ducale pacchi di materiale clandestino. Arrivava a Pesaro, fortunosamente, in treno, e da lì saliva faticosamente in bicicletta fino all’erta finale dei Urbino. Una volta venne fermato dai tedeschi i quali per fortuna lo perquisirono in modo affrettato lasciandolo quindi andare. Continuò nell’attività antifascista.

Socialista, addirittura segretario provinciale del Partito Socialista di Unità Proletaria, il CLN lo nominò Magnifico Rettore dell’Ateneo urbinate. Era avvenuto e avvenne anche in altre Università: con Adolfo Omodeo a Napoli, con Piero Calamandrei a Firenze, con Giorgio Volterra a Bologna. Alla inaugurazione dell’anno accademico 1944-45 Giuseppe Branca tenne un discorso di grande spessore democratico, rivolto soprattutto ai goliardi ai quali dedicò le sue parole rifiutandosi di iniziare con la frase di omaggio al re d’Italia, ai Savoia, che avevano tradito il Paese comportandosi da codardi.

Insegnò Diritto Romano in numerose Università concludendo la brillante carriera a Roma, alla Sapienza, dove si era laureato. Eletto giudice costituzionale fu anche presidente della Consulta e il suo voto pesò molto nella dichiarazione di costituzionalità della legge sul divorzio tanto avversata dai clericali. Uomo di sinistra venne eletto per tre legislatue al Senato. Dopo la “svolta” del “Messaggero” nel 1974, entrò a far parte di una nuova schiera di opinionisti laici e democratici del giornale diretto da Italo Pietra, poi da Luigi Fossati e da me. Scriveva i suoi editoriali spesso pungenti o addirittura polemici, sempre fortemente garantisti, a penna su carta già utilizzata come facevano i nostri vecchi una volta. C’era un linotypista addetto a decrittarlo e a trasformare lo scritto in piombo.

A metà degli anni ’80, gli proposi di diventare il primo “difensore dei lettori” d’Italia e Peppino Branca prese l’incarico con assoluta serietà. Anche perché i lettori si rivolgevano a lui più come ad un difensore civico (che ancora non c’era) che al difensore dei lettori. A tutti rispondeva con pazienza e proprietà. Si spense improvvisamente a Pesaro, durante l’estate dell’87, a 80 anni lasciando una eredità di studi, di impegno morale e politico, veramente grande. Al suo funerale a Urbino c’erano alcuni dei suoi antichi allievi, fra i quali il poeta e romanziere urbinate Paolo Volponi. Ma chi se ne ricorda oggi?

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