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Maastricht e Tangentopoli. Il mondo venticinque anni dopo

 

Due anniversari che inducono a riflettere. Venticinque anni fa, infatti, con la firma del Trattato di Maastricht, che diede avvio al processo culminato con la nascita dell’euro e l’ampliamento dell’Unione Europea, e la tragica e, al tempo stesso, doverosa inchiesta di Tangentopoli, che rese evidenti tutti i limiti, le pecche e i fallimenti di una Repubblica dei partiti ormai al tramonto, entrammo oggettivamente in una nuova fase storica.

Erano gli anni delle riflessioni di Fukuyama sulla “fine della storia”, gli anni del crollo del comunismo sovietico e dell’esaurirsi della spinta propulsiva del pensiero comunista a livello globale, gli anni, per quanto riguarda l’Italia, dei referendum di Segni e del passaggio dal proporzionale al maggioritario, gli anni in cui la globalizzazione senza regole né alcun rispetto per i diritti umani era considerata un fatto positivo, essendo comunque nella sua fase progressiva, gli anni del WTO, dell’avvento del libero scambio e delle sinistre della Terza via, incarnate da Clinton e Blair ed esportate nel resto del mondo, in nome della correzione delle virgole più insostenibili della destra mercantilista ma senza minimamente metterne in discussione i dogmi e l’impianto complessivo.

Anni bugiardi, dunque, anni dei quali pagheremo ancora a lungo le conseguenze, anni che hanno devastato il concetto stesso di partito come comunità e unione d’intenti, la dialettica interna alle singole forze politiche e il concetto stesso di politica, vista solamente come un’appendice dell’economia e, peggio ancora, della finanza anziché come imprescindibile elemento di regolazione e di controllo delle disuguaglianze che il processo economico, lasciato libero di sfogare i suoi “spiriti animali”, inevitabilmente produce.

Furono, quelli, gli anni della sinistra che rinnegava se stessa e quasi chiedeva scusa di essere stata socialista o laburista, gli anni in cui vennero poste le basi per le riforme Hartz di Schröder, gli anni della guerra del Kosovo, gli anni delle privatizzazioni selvagge e dissennate e dell’allentamento di tutti quei vincoli di protezione che, fino a quel momento, avevano consentito a milioni di persone di non sentirsi, a ragione, escluse dall’avanzamento e dai progressi della società; insomma, fu una barbarie della quale, come detto, pagheremo ancora a lungo le conseguenze.

Tuttavia, essendo ancora all’interno del “Secolo breve”, essendo ancora vicini al mondo pre’89 ed essendo ancora viva e vitale la memoria storica delle grandi battaglie novecentesche per l’uguaglianza e l’emancipazione delle classi subalterne, nonostante tutto, era sopravvissuta una certa cultura politica, esistevano ancora partiti forti e radicati, sindacati in grado di assumere su di sé le sfide e il bisogno di rappresentanza di milioni di lavoratori e corpi intermedi capaci di confrontarsi e anche di scontrarsi nel contesto di un quadro di regole armonico e condiviso. Era iniziato il declino ma non aveva ancora raggiunto il proprio apice.

Ebbene, oggi di quella memoria storica, di quei valori, di quegli ideali e di quella capacita di tenere insieme una società ancora più a rischio di sfaldarsi e di annullarsi in un insieme di faide e di rancori dai quali non può che emergere, come logica e ineluttabile conseguenza, la richiesta di uomini forti, in grado di assumere il comando, un po’ sulla scia di ciò che accadde nel Vecchio Continente a cavallo fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, di questi elementi indispensabili per non sprofondare nel baratro di una svolta autoritaria di cui si avverte il mefitico odore in tutto l’Occidente non è rimasta traccia.

L’ideologia liberista di Davos è stata sconfitta dalla realtà ed è stata costretta a farci i conti, di fatto recitando un mea culpa in presa diretta nel corso dell’ultimo incontro; l’assurdità dello “sgocciolamento” e della “disuguaglianza creatrice” è stata sconfessata dall’ultimo rapporto dell’agenzia Oxfam, secondo cui otto stramiliardari possiedono la medesima ricchezza di tre miliardi e seicento milioni di poveri; la sinistra di destra è stata mandata a casa tanto in America quanto nel Regno Unito e anche in Francia non sembra essere in gran forma; il “sereno vento dell’Ovest” non spira più e, ormai, i grandi sostenitori della globalizzazione senza regole abitano tutti a Oriente, incoscienti del fatto che, a breve, saranno chiamati a loro volta a fare i conti con la sua insostenibilità; la politica, specie in Italia ma non solo, è assai più corrotta e sporca di prima, essendo venuto meno ogni afflato ideologico ed essendosi trasformata, per lo più, nel luogo ideale per l’affermazione del proprio ego e delle proprie ambizioni personali, senza alcuna attenzione alle esigenze della collettività; i popoli, sfiancati e stremati dalla crisi e dalla mancanza di prospettive, invocano protezione e futuro e sono disposti ad affidarsi anche a mostri come Trump pur di provare a difendersi dall’incedere di disuguaglianze sempre più ignobili e insostenibili; sono svaniti, o, per meglio dire, sono diventati obsoleti i concetti di destra e sinistra, almeno per come li avevamo conosciuti, cedendo il passo allo scontro mortale fra sistema e anti-sistema, uno per cento contro novantanove per cento; insomma, è cambiato tutto, purtroppo in peggio, e l’Occidente si è scoperto improvvisamente nudo, un re senza corte, un imperatore senza impero, un insieme di furie e bestialità che non trovano sbocco e che, in mancanza di partiti in grado di fornire risposte all’altezza a questa discesa agli inferi, chiaramente, vengono catalizzate da forze solo apparentemente anti-establishment e, comunque, incapaci di andare al di là di quelle che Baumann chiamava le “utopie regressive”, revanscismi di un mondo che non esiste più, di un passato che non può tornare eppure è allettante agli occhi chi si domanda sempre più spesso per quale motivo gli sia capitata la disgrazia di nascere in un secolo senza storia, senza politica e senza dignità.

Questo nostro mondo in battaglia, o meglio: in lotta con se stesso, venticinque anni dopo si trova a fare i conti con le conseguenze di una globalizzazione sbagliata e disumana che ha privilegiato le merci e i capitali finanziari alle persone, con un assetto istituzionale liquefatto e con la necessità di rifondarsi su basi nuove, del tutto opposte rispetto ai capisaldi della “società liquida”, vista da molti osservatori come la panacea di tutti i mali e considerata, invece, da Baumann alla stregua della sciagura che poi si è rivelata nei fatti.

Un cittadino globale senza casa, in preda alla solitudine e alle disparità di una società che premia unicamente i più forti e lascia indietro tutti gli altri, che ha elevato la “meritocrazia” a virtù suprema quando, in realtà, si tratta di un’aberrazione che contiene in sé la sottomissione delle competenze al potere, cioè tenta di subordinarle e di inibirne le capacità di critica e di controllo del sistema; un cittadino globale senza partiti, senza corpi intermedi, ingannato ed illuso da troppi venditori di fumo, convinto che basti un social network per far sentire la propria voce e annegato da questi strumenti, pure in parte positivi, in un oceano di voci e di rumori di sottofondo che hanno finito col creare solo ulteriore caos, impedendo l’affermarsi di un pensiero critico e di una dialettica politica di cui, invece, ci sarebbe oggi più che mai bisogno.
In questo mondo ingiusto e colmo di assurdità, siamo chiamati ad agire e alla svelta, a meno che non decidiamo di rassegnarci alla nostra definitiva decadenza.

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