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Le tre armi del califfato

 

Su La Stampa di Torino Maurizio Molinari, nuovo direttore del quotidiano torinese ha scritto il 7 gennaio 2017 un ottimo editoriale sull’offensiva che l’IS ha scatenato contro i suoi nemici. Si tratta di un “un prepotente ritorno” che smentisce chi lo aveva frettolosamente descritto in dissoluzione travolto dalle pesanti sconfitte subite sul terreno in Iraq, Siria e Libano nel 2016.

A ragione il direttore della Stampa individua i tre motivi convergenti che spiegano la situazione attuale: abilità tattica nella guerra del deserto, presenza di efficienti network salafiti  in più Paesi ed una feroce carica ideologica. Per spiegare meglio quale è la situazione che si è determinata. Possiamo dire che l’abilità tattica è dimostrata da quanto è avvenuto a Palmira dove l’11 dicembre Is ha costretto alla fuga i reparti russi e siriani grazie a un attacco progressivo messo in atto con raid dalle periferie di piccole unità in rapido aumento e da quanto sta accadendo a Mosul dove i jiahdisti resistono con successo all’assedio messo in atto da iracheni, curdi e sciiti grazie all’uso massiccio di cecchini e autobombe  che ha decimato le Golden Brigate-le unità scelte di Baghdad-obbligando il premier Haider al-Abadi a ripiegare, inviando in prima linea la polizia.

A queste ammissioni di  debolezza da parte di Baghdad, il Califfo ha reagito moltiplicando gli attentati: con le autobombe nel mercato sciita di Sinak nella capitale e l’assalto al quartier generale della polizia a Samarra per un bilancio di quasi cento morti che ha fatto apparire le roccaforti del governo più vulnerabili di quelle jihaidiste. Nelle guerre del deserto,il conflitto è permanente, non vi sono scontri decisivi e ciò che conta è fiaccare al massimo il nemico per guadagnare tempo e spazio;è una tattica tribale nella quale i jiahidisti del Califfo eccellono, guidati da ex ufficiali di Saddam Hussein in quanto addestrati alla guerriglia che possono contare sulla manovalanza delle tribù sunnite dell’Anbar, timorose della pulizia etnica condotta contro di loro dai reparti sciiti che rispondono agli ordini di Qasem Soleimani, capo della Forza Al Gods dell’Iran.

La presenza di network salafiti dormienti ed efficienti è dimostrata dall’attacco del 20 dicembre contro il castello di Karak nella prima azione coordinata di un commando nella vulnerabile Giordania di re Abdallah  come anche dalla capacità dei singoli jiahdisti di colpire,sopravvivere all’attacco e darsi alla fuga grazie a una evidente rete di sostegni che attraversa l’intera Europa dalla Manica al Bosforo. Per non parlare dell’attacco degli Al Shabaab somali -che aderiscono ad Is-contro l’aeroporto di Mogadiscio adoperato dalle forze speciali anti-terrorismo di più Paesi occidentali.

Ma il terzo elemento – la ferocia della carica ideologica – a indicare ciò che più sostiene il Califfato jiahdista è la sequenza fra l’attentato di Anis Amri sulla Breitsheidplatz di Berlino nel giorno di Natale e la strage al night club Reina di Istanbul nella notte di Capodanno; il bilancio complessivo di almeno 52 vittime e 126 feriti nasce dalla volontà di portare la morte in coincidenza con le feste che più rappresentano la Cristianità. Il Califfato impedisce di celebrarle sui  suoi territori perché le considera un’offesa all’Islam ed ora dimostra di riuscire ad aggredirle anche sui territori di Stati occidentali “infedeli” e mussulmani “apostati”.In questo modo il Califfato rafforzata la propria legittimità, basata sulla violenza,agli occhi dei seguaci e moltiplica la capacità di reclutamento da cui dipende l’alimentazione della propria guerra permanente.  La guerra aerea condotta dal presidente Obama in queste ultime settimane è stata debole ed è troppo presto per sapere se l’avvento alla presidenza di Trump cambierà su questo punto la politica americana.

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