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C’era una volta l’America

 

È l’alba del 21 gennaio 2017 e dobbiamo dire ai nostri figli che il mondo com’era ieri non c’è più. Donald Trump è oggi il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese più potente del mondo, e il suo motto è “Prima l’America. Comprate americano. Assumete americani”. Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico Theresa May lo ha preceduto di qualche giorno (ma seguito, dopo la campagna elettorale in USA) scegliendo la “Hard Brexit” e proponendo l’ossimoro geopolitico secondo cui farà della Gran Bretagna una potenza globale lasciando l’Europa che della globalizzazione è socio fondatore. I nazionalisti dilagano con altre destre in Europa, dai lepenisti in Francia ai seguaci di Wilders in Olanda, per limitarsi a due Paesi europei che andranno alle elezioni quest’anno, ma dovunque gli isolazionisti non sono più frange politiche insignificanti. Non lo sono i leghisti in Italia, sotto tanti profili simili al M5S; non lo sono i sostenitori dell’AfD, ormai terza forza politica in Germania. Sennonché Trump è un nazionalista che copia male Putin, il campione indiscusso della materia che non ha mai chiuso il nazionalismo in se stesso e ne ha anzi sviluppato la versione da esportazione ricevendo a Mosca i leader nazionalisti di tutto il mondo e sostenendoli in vario modo. Le recenti esperienze parlano chiaro. Mentre Trump promette l’America agli americani, ritirandosi dagli scacchieri mondiali, la Russia gioca a tutto campo. Dopo l’accaparramento di Crimea e mezza Ucraina, Putin detta le sue regole in Siria, porta dalla sua parte l’aspirante dittatore turco Erdogan e con l’alleanza della portaerei col Gen. Haftar, si porta dietro la Libia con l’Egitto, sin qui perno della politica (e dei finanziamenti) americani in Medio oriente.

Insomma, mentre il nazionalismo di Putin mira all’espansionismo strategico, a partire dalle più prossime aree di influenza e mirando ad allargarsi a macchia d’olio, la copia isolazionista di Trump si chiude perfino ai Paesi coi quali confina, come il Messico. E chi esce dalla sfera d’influenza degli USA, finisce quasi inevitabilmente nella sfera di attrazione di Mosca. Finirà col Messico come Cuba? La rinuncia dell’America di Trump al ruolo di guida mondiale fondata sui valori Occidentali modificherà radicalmente il panorama internazionale e già oggi dobbiamo guardare con interesse accresciuto alle mosse della Cina di Xi Jinping che da Davos ha fatto un discorso pro globalizzazione che ricorda quello dei vertici americani fino all’era di Obama. Ecco dunque che il tema della globalizzazione cessa di essere una prerogativa delle democrazie (“Esportare la democrazia!” diceva quello) e diviene un tema esclusivamente economico, trasversale ai regimi di ogni specie, con promesse di riequilibrio delle disuguaglianze mondiali.

E’ infatti grazie alla globalizzazione che la fame recede in Africa e si affermano le classi medie in Estremo Oriente. È però purtroppo vero che la globalizzazione arreca povertà in Occidente, ma solo perché l’Occidente aveva troppo per tutti, sicché il livellamento globale ne limita gli eccessi. Se si vogliono mantenere i livelli del welfare occidentale, bisogna aumentare la produttività e la ricchezza con prodotti di interesse globale. La risposta alle conseguenze della globalizzazione non è certamente nelle barriere e nel nazionalismo che rimpiccioliscono e impoveriscono l’economia.

Le auto prodotte dagli americani in America costeranno troppo per poter essere comprate dagli stessi americani e tanto meno potranno essere esportate. Il loro prezzo fuori mercato globale impedirà gli investimenti. Ne seguirà la recessione industriale in USA che si ripercuoterà sulla domanda interna riducendo a sua volta l’intera produzione nazionale. Solo la tecnologia potrà aiutare l’Occidente in concorrenza con l’Estremo Oriente, ma la tecnologia è globale per definizione. Lo sanno tutti. Tutti meno Trump e chi l’ha votato.

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