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‘ndrangheta. Al processo “Aemilia” gli imputati chiedono di cacciare i giornalisti dall’aula

 

La scena è sembrata quella di un film. Interno giorno. Aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, dove si celebra il processo “Aemilia” sull’infiltrazione ‘ndranghetista al nord. Dalla gabbia degli imputati detenuti si alza uno di loro, spavaldo, con foglio in mano, forte dell’appoggio degli altri 140 compagni di cella, si avvicina alle sbarre, si rivolge direttamente al presidente della corte Francesco Maria Caruso. “Signor presidente, i sottoscritti imputati detenuti chiedono di voler procedere affinché il processo si svolga a porte chiuse. Da quando è iniziato stiamo assistendo a un linciaggio mediatico”A parlare è Sergio Bolognino, imputato nel processo per associazione mafiosa, ritenuto dalla procura braccio destro del fratello Michele, a capo della cosca che opera fra Parma e la bassa reggiana con il compito di tenere i rapporti con la “casa madre di Cutro”, e con il boss Nicolino Grande Aracri.

Agli imputati non piace tutta questa attenzione della stampa che, udienza dopo udienza, segue l’evolversi di un processo che sta svelando il radicamento della ‘ndrangheta in Emilia”. Ogni articolo pubblicato, legge Bolognino, è sempre in chiave accusatoria, anche quando esame e contro-esame hanno dato un quadro diverso“. L’invettiva si indirizza in particolare contro tv e giornali locali, i più tenaci a raccontare il processo, e poi contro blogger e associazioni. Compreso il movimento agende rosse di Modena che sul processo Aemilia fa un lavoro prezioso: trascrive e pubblica ogni passo del dibattimento, ogni interrogatorio, un lavoro immane che lascia una traccia indelebile del processo, e che porta fuori dall’aula giudiziaria trent’anni di infiltrazioni mafiose che hanno corroso il tessuto economico e sociale.

Se la ‘ndrangheta in Emilia ha potuto svilupparsi e intaccare il territorio lo ha fatto anche grazie al silenzio in cui ha potuto operare. “Silenzio e sottovalutazione” ha ammonito l’ultima relazione della Dia, che ha parlato dell’Emilia come “terra di ‘ndrangheta’’ da almeno un decennio.

Gli imputati lamentano una informazione distorta, un linciaggio mediatico, ma non denunciano, non querelano, non chiedono rettifiche: chiedono un processo a porte chiuse, chiedono silenzio.

Vogliono che si celebri un dibattimento fra imputati, giudici ed avvocati, insomma fra addetti ai lavori. Perché all’esterno, nelle case, nelle scuole, nei bar, nelle piazze non siano informati sulle modalità con cui si sono si sono affermati e arricchiti. Perché si affievolisca quella tensione civile che si è risvegliata con l’inizio di questo processo, e perché non si sviluppino quegli anticorpi che respingono ogni infezione mafiosa.

Infatti oltre alla stampa chiedono di tenere fuori dall’aula anche associazioni e scolaresche, che per gli imputati “partecipano solo per ascoltare la parte accusatoria, poi vanno via“. Ma l’invettiva è andata oltre. Il tribunale acquisisca e verifichi gli articoli del giorno dopo il dibattimento. E prenda dei provvedimenti.”

Una minaccia senza precedenti atta a intimorire chi ogni giorno lavora perché i riflettori sugli affari delle mafie non si spengano, cronisti di piccoli giornali, blogger senza tutele, associazioni che si impegnano per ristabilire la legalità e per diffonderne la cultura. Una minaccia per la libertà di tutti, ma anche una indicazione importante di cosa infastidisca le mafie: che se ne parli e in tutti i luoghi.

Sui giornali, nei circoli, nelle associazioni, nelle scuole, nei bar nelle piazze. Che si eroda lo spazio all’omertà e all’indifferenza per riempirlo di indignazione, denuncia, proposta e confronto. La richiesta degli imputati va respinta con forza e bisogna dare ancora più visibilità al lavoro di chi racconta quel processo proprio perché la presenza delle mafie al nord non trovi più silenzi comodi in cui muoversi e prosperare.

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