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No a prescindere

 
Basteranno “quattro righe su un foglietto”? No, naturalmente no. A prescindere. La sentenza viene da Bersani, quello che sembrava l’estremo difensore dell’unità della “ditta” e che voleva “smacchiare il leopardo”. Ma quelle “quattro righe su un foglietto”, ancora da decifrare, sono l’accordo che Gianni Cuperlo ha ottenuto, senza troppa fatica, nella commissione del Pd incaricata di modificare la legge elettorale per far ritrovare l’unità del partito, attorno al Sì, al prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre. Questa volta Matteo Renzi ha mantenuto la promessa data sulla disponibilità a cambiare l’Italicum, ma la diffidenza e l’ostilità nei suoi confronti, a quanto pare, non si dissolverà grazie alle “quattro righe su un foglietto”. Probabilmente Renzi sta raccogliendo quello che ha seminato con quel “stai sereno” rivolto a Gianni Letta, poco prima di sfilargli la guida del governo (con l’assenso di quelli che adesso vogliono mandare a casa anche a lui), ha radicato una diffidenza irrecuperabile tra i suoi oppositori.
Le “quattro righe su un foglietto” promettono –per chi si fida- l’eliminazione del doppio turno, anche se è il principio cardine per l’elezione dei sindaci, il sistema uninominale al posto dei capilista “nominati”, l’elezione diretta dei famigerati consiglieri regionali destinati ad entrare nel nuovo Senato, il premio di maggioranza alla coalizione. Che fine faranno le pessime candidature plurime? Per il momento non si sa. E poi, qualsiasi scelta futura dovrà passare per il Parlamento e la modifica di una legge elettorale non si inventa in pochi giorni. Si sapeva già, ma a questo punto sembrerebbe di capire che, forse, la sinistra del Pd non credesse e non volesse davvero una soluzione positiva. Il loro No al quesito referendario, quindi, sembra definitivo. A prescindere.
A prescindere è anche il No di un arzillo Silvio Berlusconi, che –senza traccia di autoironia- ritiene a rischio autoritario una riforma costituzionale alla quale aveva dato inizialmente un parere favorevole, e adesso chiama a raccolta il centrodestra per mandare a casa l’ormai detestato Matteo Renzi.
Il No del M5S è sonoro, categorico e non lascia alcun spazio a trattative per eventuali miglioramenti dell’Italicum, che viene considerato –questo sì, a prescindere e prima della sentenza della Suprema Corte- “incostituzionale” alla stregua del Porcellum.
Cosa succederà, allora, dopo il 4 dicembre? Se dovesse vincere il Sì, non ci sarà una svolta autoritaria. Se vincerà –come anticipano i sondaggi- il variegato fronte del No, non ci sarà, speriamo e crediamo, l’apocalisse. Matteo Renzi, però, se è un minimo coerente con se stesso, si dimetterà, perché il popolo sovrano avrà bocciato il nocciolo duro della sua proposta riformista. Molti, come al solito, vorranno un “governo di scopo”, per realizzare una nuova legge elettorale che in tutti questi anni non sono riusciti ad approvare. Il M5S chiederà, giustamente, nuove elezioni, ma nel frattempo, visto che ci sarà comunque bisogno di una nuova legge elettorale, almeno per il Senato, riconfermato dalla vittoria del NO, metterà a disposizione, con una flessibilità dialettica del tipo “mangia questa minestra o salta dalla finestra”, la sua proposta elettorale. Purtroppo c’è almeno un piccolo problema, visto che il M5S rilancia il sistema proporzionale con preferenze, bocciato da un referendum popolare nel ’93, che aveva provocato corruzione, voto di scambio e moltiplicazione dei costi della politica. Ma a parte queste amenità, quanto ci vorrà per fare tutto questo e soprattutto chi lo farà? Ci riuscirà questo Parlamento rissoso, diviso e nominato con il Porcellum? Per amor di patria lo possiamo sperare, ma sembra improbabile. I mercati, intanto, che sono antipatici e cattivi, non hanno alcuna patria salvo i loro soldi e detestano l’instabilità, alzeranno di brutto i tassi per imprestare i soldi che ci servono per pagare gli interessi sul nostro mostruoso debito pubblico. E noi? resteremo sereni. A prescindere.

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